10.3.10

Landa impervia

Christoph Waltz imbarbettato ritira la statuetta per il colonnello Hans Landa. Se la ride. Il suo personaggio è stato definito 'iconic'. Un'icona che parte belva sanguinaria e arriva patetica barzelletta. Ma Waltz sa il fatto suo e noi parleremo d'altro. Non dell'incapacità di Tarantino di cesellare un personaggio vero. Che non sia una macchietta o una algida gnocca. Il suo cinema va liscio come un analcolico. Entertainment. Nessun rimpianto per le ore che gli dedichi. Fair enough.

Epperò. Fottersene della storia per giocare coi pupazzetti, caro Quentin, un po' di fastidio me lo dà.

Ognuno ha i parenti acquisiti che si cerca. Io primo Primo Levi l'ho incontrato tardi, a vent'anni. Uno capace di apprendere il tedesco in lager, da nazisti e kapò. Per sopravvivere. Salvo poi usarlo in contesto civile, nel dopoguerra. E rendersi conto che le sue espressioni erano frutto di uno stupro alla lingua di Goethe. Perché la prima violenza del nazismo era sull'idioma. Troppo complesso per quegli automi dementi. Tornando a Tarantino: Landa considera l'altro (l'ebreo) un insetto da schiacciare. Dove ha trovato il trasporto -l'amore- per la cultura altrui? La passione necessaria ad esprimerti in quattro lingue diverse. Per dire, ce lo vedete un Borghezio che parla arabo durante i rastrellamenti minacciati a Milano?

7.3.10

mark linkous r.i.p.

Appena ricevuta la notizia del suicidio di Mark Linkous non ho molte parole da spendere… ma davvero quest'inverno, anche sotto questo punto di vista, sembra non finire mai.
Ripesco una vecchia recensione mai apparsa qui per spiegare un po' l'effetto che faceva la "giostra cigolante" di Linkous.

Sparklehorse + Norfolk&Western (16/11/2002 - Velvet, Rimini)
Una cena di fretta per non mancare all'apertura dei Norfolk&Western, da Portland con i favori dello stesso Linkous. Prendete i Pavement e aggiungete miele, senza esagerare, lasciate poi che il tutto sia contaminato da una miscela country-folk degna di un film dei fratelli Cohen e ne risulta la bella, seppur breve, figura dei nostri.
Intanto il locale della pista piccola s'è colmato a dovere, un pubblico dall’aspetto piuttosto colto e sofisticato rende una calorosa accoglienza agli Sparklehorse, alias Mark Linkous accompagnato dal solo Scott Minor, come preannunciato. Sul palco una batteria, un sintetizzatore collegato ad un Mac dal quale spremere prodigi, ed infine il doppio microfono… oggetto all’occasione decisamente cult.
Assistere ad un concerto degli Sparklehorse è un'esperienza che non esiterei a definire intima, ed in questo caso l'essenzialità espressa dal duo costituisce un valore aggiunto alla causa.
Sensazioni forti celate in un mondo sommerso, nel sistematico ripudio di melodie altisonanti, nella ricerca di una bassa fedeltà estremamente più significativa di qualsiasi altro tipo di suono. E l’abulica video-installazione in bianco e nero sembra sottolineare tutto questo, dare sfondo a questa atmosfera che la splendida voce di Mark sa attraversare da un capo all'altro, da un microfono all'altro. Fa caldo, caldissimo, Linkous subisce e pare scontento, come parte del pubblico, per qualche problema tecnico… unica nota negativa facilmente sovrastata dalla forza emotiva dei brani eseguiti. L'ultimo lavoro, It's a wonderful life, tiene banco con l'eccentricità melanconica delle sue melodie sporcate da ruvide accelerazioni, deviazioni sonore, distorsioni vocali, tanto per sudare un po' mentre il pubblico si esalta. E' questa l'affascinante giostra cigolante degli Sparklehorse, e come un bambino vorrei che non venisse mai il momento di scendere. Ma siamo già al bis, un coro unisono intona Homecoming Queen e pare di vedere Mark commuoversi e poi aprirsi in un sorriso complice e contagioso, la canzone è da brividi non c’è che dire… a horse, a horse, my kingdom for a horse. Linkous non è il Riccardo III della musica ma un menestrello, il più geniale ed autentico menestrello che l'indie-rock abbia visto crescere.