14.2.10

il concerto

Il Concerto è il nuovo film di quello lì, quello che ha fatto Train de vie. Il nome è di quelli difficili da ricordare, Radu Mihaileanu, lo stesso che ai tempi disse:
«Se Hitler fosse vivo e vedesse tutti i programmi tv cupi e noiosi sulla Shoah e sentisse tutti i pianti e i lamenti degli ebrei sarebbe felice. L’unica cosa con la quale possiamo umiliare i gerarchi nazisti, che sono ancora vivi in Sudamerica, e farli imbestialire, è mostrar loro che siamo vivi, che non ci hanno distrutti, che il nostro umorismo non è stato cancellato dalle loro barbarie.»
Dietro a Il Concerto sta la stessa morale, è cucita attorno ad un antefatto che sorregge la sceneggiatura e sfocia nella magnificenza del concerto finale.
Trent'anni prima Andreï Filipov era il più grande direttore d'orchestra dell'Unione Sovietica e dirigeva l'orchestra del Bolshoi. In seguito a direttive di Brežnev (socialismo reale sovietico vs le minoranze!) passò dalle stelle alle stalle rifiutandosi di separarsi dai suoi musicisti ebrei.
All'inizio del film lo si ritrova nello stesso teatro, uomo delle pulizie. Dalla casualità di un fax intercettato nasce l'idea folle, l'inganno: riunire i vecchi amici musicisti, ora costretti ai più umili lavori per sbarcare il lunario -memorabile la scena della doppiatrice porno che lavora a maglia- e portarli a Parigi al posto dell'orchestra originale. Un'occasione imperdibile per rimettere in scena e concludere quanto bruscamente interrotto trent'anni prima, il concerto per violino e orchestra di Ciajkovski, e per spazzare via i tormenti di Filipov... i tormenti di un uomo prima che di un musicista, come si vedrà grazie alla vicenda emotiva che coinvolge la violinista Anne Marie (Mélanie Laurent. Sì, quella di Inglorious Basterds).
Ciò che ne segue rappresenta la vera arte di Mihaileanu. Da Mosca, dalle sue vicende umane e dai suoi sobborghi splendidi nella loro infinita ed inarrestabile decadenza post-comunista, parte e si sviluppa un'incalzante commedia dell'assurdo... poi si sbarca a Parigi (con i dolori del doppiaggio italiano!) e prosegue quel subbuglio esilarante di situazioni paradossali in un continuo intreccio, tanto potente quanto divertente, di stereotipi etnici -il matrimonio del magnate russo è grandioso- che si arrendono solo ad un epilogo colmo di commovente emozione. Alla fine del film viene quasi spontaneo alzarsi ed applaudire, proprio come succede al pubblico del teatro Chatelet alla fine del concerto.