Dieci, cento, mille di questi anni. Il festival più bello del mondo va in doppia cifra e la solita spedizione italiana non poteva mancare. A celebrare l'evento un film ma soprattutto l'affetto, autentico, e gli auguri dei partecipanti e dei musicisti. Ok, le dichiarazioni d'amore per l'ATP sono state fatte già un paio di volte su questo blog, passiamo quindi al consueto e super sintetico pagellone dei concerti più rilevanti... l'ordine è strettamente cronologico, i voti del tutto personali.
Alexander Tucker & Decomposed Orchestra - Si fa subito sul serio, forse troppo sul serio. Torpore. (6,5)
Bardo Pond - Uno stagno pieno di chitarrismi post-psichedelici e nebbie che si diradano alla distanza senza mai dissolversi completamente. Ancora torpore. (7,5)
Growing - In versione light, chitarra mic e samplers. Un sacco di giochini interessanti, leggi nulla di troppo convincente. (6)
Stephen Malkmus & the Jicks - Se per Malkmus gli anni sembrano non passare mai, per i Jicks sembrano non essere mai arrivati. Stevie, ti voglio bene lo stesso. (5,5)
J Mascis & the Fog - Dicono che sia stato il migliore concerto della storia, verosimile dal momento che stavo guardando altro. (s.v.)
Yeah Yeah Yeah's - Non ho visto neanche questo, la grave insufficienza è sulla fiducia. (4)
Six Organs of Admittance - Ben Chasny in forma come non mai catalizza e strega l'atmosfera del Reds. Aiutante raccoglitore di scheletri dalla cenere Alex Neilson, batterista pel di carota aspirante erede di Jim White. (8)
Fuck Buttons - Giocano in casa una partita molto tattica. Vincono di misura. (6,5)
Tortoise - Sempre più tecnica, sempre meno cuore. Accetto smentite. (6)
Papa M performing Live From a Shark Cage - Per dirla con Delso: "Mancarone dieci anni fa. Danilovic, il post degli arpeggi ed il soft noise". Brividi e religioso silenzio. (8,5)
Dirty Three - Ho scelto di non vedere il primo dei due concerti degli Shellac per il violino di Warren Ellis, per la chitarra di Mick Turner, per la batteria di Jim White. E' bastato un pezzo come Sea above, sky below per avere in cuor mio la coscienza a posto. (8)
Battles - Non c'ero, un O'Sullivan in rimonta spettacolare su Higgins nella semifinale al Pukka-Pies UK Snooker championship val bene un concerto dei Battles. Non accetto smentite. (s.v.)
Modest Mouse - Isaac Brock entra e si scusa in anticipo per la voce che non c'è, Johnny Marr (ex-Smiths) pare non accorgersi di nulla. Alla fine si canta e si balla manco fosse la società dei magnaccioni. E ci si diverte pure un po'. (7)
The Drones - Bene ma non benissimo. Più a loro agio sulle spiagge romagnole che su quelle tidali del Somerset. Anche questo dimostra che la sanno lunga. (7)
The For Carnation - Vista l'ora tarda scelgono il repertorio soft. Una classe incommensurabile, una buonanotte difficile da dimenticare. (8,5)
Shellac - Machetelodicoafare. (9)
Deerhoof - La turbo nana ed il batterista squilibrato, uno spasso oltre le aspettative. (7,5)
Devendra Banhart & the Grogs - Per un attimo mi è sembrato di vedere sul palco Ricky Martin. (5)
Explosions in the Sky - Roba da fissare i soffitti e trasalire. All of a sudden l'atmosfera del Pavillion non è mai stata così celestiale, e la sua lercia moquette mai così confortevole. (8)
The Mars Volta - li vedrò un'altra volta, ma anche no. (s.v.)
Sunn O))) - Grandiosi o ridicoli, fate voi. (4/8)
Lightning Bolt - L'apocalisse non è mai stata così hype. (7,5)
Polvo - No, dico, i Polvo. Onnipresenti dal primo giorno chiudono il festival con una prestazione strepitosa. Della serie ti lascio a bocca aperta e ti mando a nanna. (8)
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