di Pedro Almodovar
Nella scena più intensa del film, i due protagonisti -amanti in fuga- guardano Viaggio in Italia (in italiano con sottotitoli). Alla vista dell’abbraccio degli amanti di Pompei ‘eternato’ dalla colata lavica, lei si commuove. Lui ferma a sua volta il momento felice con un autoscatto. L’incastonamento della vita in immagini è il tema del film e anche l’ossessione di Almodovar. Nel ‘95 Pedro molla il filone camp culminato in Donne sull’orlo di una crisi di nervi e inizia un nuovo cammino. La prima pietra é Il fiore del mio segreto, un grande film dolente. Da allora è alla ricerca del melò perfetto. Ha messo da parte ogni eccentricità. E punta a un classico che lo collochi accanto ai giganti di ogni tempo. In questo sforzo lungo 15 anni A. ha prodotto film notevoli ma nessuno davvero riuscito. Anzi. Nell’ultimo decennio affiora un senso di normalizzazione. Il processo è simile alla ‘escavazione dell’osso’ di Carver: sfrondamento del superfluo senza pietà. Però taglia fuori elementi vitali. Quello che rimane sono drammi familiari lunghi decenni. Musiche flamboyant. E la convinzione che la forza delle passioni (femminili, soprattutto) superi ogni ostacolo. Questo è buono e bello. Non fosse oramai routinario anziché classico. Ne Gli Abbracci il protagonista –un regista- sta girando un film (Los abrazos rotos e’-anche- un metafilm, l’Effetto Notte dello spagnolo). L’opera si intitola Chicas y Maletas. Ne vengono mostrate un paio di scene. E’ un Almodovar vecchio stile: noir, glamour e paillettes. Qui la Cruz appare risvegliata, quasi una nuova Carmen Maura. E noi era Chicas e non Abrazos che volevamo davvero vedere. Nella lunga –lunghissima- rincorsa al classico, Sirk e Wilder restano avanti un paio di giri. E l’elegia leggera della Spagna post-franchista riaffiora solo come ricordo. Epperò cos’è tutta questa nostalgia, dottor Almodovar?
