di Kekko

Negli anni ottanta andava pesantemente di moda un lemma poi -fortunatamente- svanito dal linguaggio popolare: consumismo. Non so esattamente cosa volesse dire, ma all'epoca lo sapevo -corsi e ricorsi, cose che ti dicono, cose che accetti, la metodologia è venuta molto dopo. Negli anni ottanta andava pesantemente di moda anche un'altra cosa, vale a dire comprare i dischi. Ancora in vinile, più che altro. O in cassetta. O in CD, la novità del decennio che fece piazza pulita negli anni dopo. In un caso o nell'altro la questione era che andavi nel negozio e compravi un disco. Con questa dinamica, se vogliamo un po' anale, se ne sono andati via i miei primi cinque anni di consumo musicale. Entri, esci, torni a casa e lo ascolti. Verso il novantacinque imparai una verità piuttosto scioccante, specie se messa a confronto con quella precedente. Un negozio di dischi serio consta di qualche migliaio di titoli, uno stock che potrebbe competere in quantità con qualsiasi collezione privata, e il disco che sei entrato per cercare non è l'unico disco che potresti volere. Non ditelo alla mia versione all-GnR di quegli anni. Hai l'ultimo disco di Fatboy Slim? No, ma senti 'sto coso dei Freestylers, te lo metto in cuffia. Bomba. Trentaseimila lire (oggi costerebbe venti euro, l’unica merce rimasta a cambio quasi-pari dopo dieci anni d’inflazione e l’entrata nell’Euro). In centro a Cesena c'era un negozio il cui gestore non aveva grossissima cognizione in merito alle nuove tendenze del rock, ma consigliava gruppi dal nome simile. "Hai gli Helmet?" "No, ho gli Helloween." "Ah."
E via di questo passo. Non potrei dirmi un collezionista di dischi. Dovresti vedere come cazzo li tengo. Mi potrei dire un compratore di dischi in offerta o uno spulciatore di scaffali da negozio o un feticista generico. Per qualcosa come dieci anni i miei acquisti discografici sono stati il principale viatico alla ricerca della mia realizzazione come essere umano di sesso maschile. Come si compone una perfetta collezione di dischi? 80% musica rock, 50% melodica, almeno un 20% elettronica, almeno un 10% hip hop, 40% crossover e meticciati di qualsiasi tipo, un buon 50% di musica roots in ogni forma e fattura, 20% di dischi che potrebbero piacere a una ragazza, un buon 15% di album sintonizzati con lo zeitgeist del periodo per quanto possa essere patetico od orripilante, 12% musica nera, 6% di roba che serva a sopravvivere ad una conversazione in merito alla musica con qualcuno delle mie parti (tipo fuzztones o simili), 8% del nord europa... Virtualmente impossibile, insomma. Continuo a comprare dischi per i motivi più disparati: un giorno sono fuori casa e decido che ho troppo poca IDM da ascoltare, me ne vado a comprare tre dischi Warp, poi ci ripenso e ne prendo due Warp e una roba su Mego, giusto per gradire. I miei ascolti IDM si riassumono in qualcosa come dieci dischi; togliendo Autechre ed AFX possono ridursi a tipo due. E via di questo passo. Ci sono dischi che ho pagato venti euro e mai ascoltato per intero (tipo Freestylers), o cose che ho comprato per suonarli a qualche party nonostante io non abbia mai organizzato un party in vita mia.
Come tutti sono rimasto piacevolmente colpito dall'idea che si potesse scaricare una canzone della quale non sei in possesso quando arrivò Napster. Poi Napster naufragò e si passò ad Audiogalaxy, poi Winmx Kazaa Emule e tutto il resto, mamma chioccia Slsk e poi gli m-blog e tutto il resto. Lo capisco perfettamente, lo incoraggio per certi versi: ascoltate la musica. Da un'altra angolazione comprendo anche il messaggio di una distro online che ti spara un'offerta sui dischi di Wilco a tre euro al pezzo e tutto quanto il contorno: la rivoluzione, il messaggio, nessun gruppo indie potrà più dire di essere passato major "per fare arrivare la propria musica a tutti", dato che a quello ci pensa già Myspace. Il trionfo dell'ascolto a trecentosessanta gradi, il trionfo di chi vuole dischi a basso prezzo, una nuova visione delle cose del mondo. Come la metti la metti, esiste una sola ed unica categoria che nella rivoluzione/restaurazione del mercato discografico se l'è presa su per il culo, ed è quella a cui apparteneva il tizio che mi voleva spacciare gli Helloween al posto degli Helmet, ora probabilmente impiegato a consegnar posta al negozio di abbigliamento che sta dove una volta stava il suo spaccio di dischi.

Qualcuno potrebbe senz'altro dire che è il karma, qualunque cosa sia il karma per voi: cristo, sono d'accordissimo. Mia madre in tempi recenti ha regalato un CD al fratello e ha scoperto che uno degli N pezzi di plastica che tengo in camera può costare una ventina di euro. Ha fatto una moltiplicazione e meditato in merito al prendermi a calci in culo per aver dissipato il patrimonio di famiglia. Non le ho spiegato la questione dei promo, dei dischi in offerta, del prenderne tre ad un concerto nè niente: c'è una raccolta (live e demos) degli Eyehategod che si chiama 20 years of abuse (and still broke).
La questione è un'altra: la passione viscerale per la musica rock ha molte incarnazioni, ma l'unica che ha un senso per me è quella che ti porta ad essere un obeso con gli occhiali che entra in un QUALUNQUE negozio di dischi sapendo che uscito di lì avrà speso più di quanto avrebbe dovuto e dovrà saltare un aperitivo o una cena o non prendere in considerazione le scarpe che ha visto, dovrà litigare con la fidanzata perchè non ci sono i soldi per il viaggio a Taipei, dovrà risparmiare ancora un po' sulle scaffalature ed i supporti audio perchè gli costerebbero decine di pezzi in meno nella collezione. Come si dice in Alta Fedeltà, che di tutto questo è il lato inutilmente romantico e celebrativo, il feticista musicale non è diverso da quello porno.
Ai tempi di internet non è facile capire niente del genere: non sai che gioia trovare nel banchetto dei dischi usati qualcuno che si è rivenduto South Of Heaven o un disco introvabile degli Strain (o altri gruppi introvabili perchè giustamente a nessuno verrebbe più in mente di cercarli), o il dolore di vedere nello stesso banchetto un disco che hai pagato a prezzo intero venti giorni prima. Il diciotto aprile, stando a http://www.recordstoreday.com, sarà la giornata mondiale del negozio di dischi, una specie in via di estinzione senza la quale non avrei avuto la vita che ho avuto, e forse neanche Diego. Mollate l'uccello e agguantate le calze, citando il sergente Hartman. Mi piacerebbe vedervi in massa affollare il negozietto sotto casa che non ha ancora chiuso causa crisi, ma molto probabilmente io non ci sarò. Mi sarò speso tutto quel che potevo il giorno prima per non farmi fregare i pezzi migliori da qualche sfigato.
