27.6.08

the Big Old Bear

Bonnie ‘Prince’ Billy live @ Bronson – 16/6/08


Arrivo a pubblicare qualcosa di doveroso fuori tempo massimo. Una trasferta di lavoro mi ha tenuto lontano dal web concedendomi qualche giorno per ricollocare le idee... per incorniciare freschi ricordi, sbollire fremiti, riordinare emozioni.
Will Oldham è passato di qua ed ha lasciato il segno. Ancora una volta, ancora di più. Se ormai non fa più notizia la sua produzione vulcanica, ciò che sbalordisce è la capacità di rigenerarsi e fare sue nuove situazioni ampliando l’aura che circonda la creatura Bonnie Prince Billy, facendo di quest’uomo una sorta di guru musicale post-moderno che crea nuovi proseliti ogni volta. La conferma lì, solo pochi metri dai nostri occhi, immersi in quel suono ammaliante che ha sedotto tutti i presenti.
Un primo generoso consenso alla scelta assai curata della band, a partire da Michael Zerang alle percussioni (sì, avete letto bene, percussioni)... un omone capace di trasportarci sul suo tappeto volante dal midwest alle terre d’oriente. Poi Josh Abrams a battere il legno caldo di un contrabbasso, la grazia muliebre del violino di Jennifer Hutt e la preziosa acustica di Emmet Kelly. Questi ultimi due protagonisti di morbide seconde, terze voci che si rincorrevano consonanti seguendo l’estro dell’attore principe.
E poi Will Oldham, presente e vivace come poche altre volte. Fiero custode di radici strappate ad una tradizione folcloristica dalla quale allontanarsi con fughe estemporanee, per uno sguardo diverso sul mondo. Il suo mondo. Riprodotto con singole esecuzioni di altissimo livello, interpretazioni vocali affidate spesso a sensazioni istantanee ed improvvisate. Questo il senso percepito, una continua reinterpretazione di se stesso. Esecuzioni vocali che, come un libero e poco prevedibile flusso di coscienza, fanno di ogni suo concerto un opera d’arte, un pezzo unico ed irriproducibile.
Un’esperienza capace di segnare nel vivo, di scuotere con brividi freddi a scorrere lungo schiene sudate... quando il contorno perde d’importanza, e con lui la scaletta, la durata, il luogo, la stanchezza. Quando, alla fine, rimane solo il ricordo del miglior concerto visto quest’anno, e tante belle foto a ravvivarne il colore.


(the pics are a visibile sign of her own… thanks to ele)

12.6.08

bonnie prince billy

Ecce Bonnie! Lie Down in the Light: una sorpresa a tutti gli effetti. La sua uscita in sordina è stata un evento sommerso destinato a generare un onda lunga di consensi e una lenta risacca fino alla prossima sorpresa. A confronto The Letting Go fu una tempesta mediatica -per chi si fosse perso gli imperdibili web-spot: episodio 1, episodio 2 ed episodio 3- mentre questa copertina azzurra a tinte caran d'ache è comparsa nei negozi come d’incanto senza che molti ne sapessero nulla. Tutto ciò, se vogliamo, è solo contorno. La sorpresa, quella vera, arriva ai primi ascolti… perché se dopo svariati album si trova ancora spazio per canzoni che hanno un respiro nuovo, diverso, c’è veramente di che meravigliarsene. Questo è Lie Down in the Light… strizza l'occhio al passato folky dei Palace mentre si avvia ad un futuro più sereno, perché maturo e consapevole e quasi sgombro dalle nubi dei vecchi tormenti: I See a Darkness. Proprio di quell’album -il più scuro di tutti, il più bello di tutti- pare questo esserne la miglior risposta. Una risposta decisa, compiuta e conciliatrice. Lie Down in the Light è meno concettuale del precedente (The Letting Go) e per questo più accessibile perché tutti i brani, nessuno escluso, esprimono una bellezza spontanea ed immediata trasmettendo la loro essenza anche a platee più ampie ed universali. Gran merito alla delicatezza di quel placido sottobosco melodico di corde, fiati e percussioni che accoglie una voce quantomai asciutta, diretta e genuina, mentre ne esalta un’altra negli allettanti duetti con l’ottima Ashley Webber. Ambizioso qui addentrarsi nella descrizione di ogni singolo brano, perché ognuno di essi si ritaglia uno spazio ed un tempo diverso e definito nell’arco dell’ascolto dell’intero album. Per questo grido, sottovoce, al capolavoro... uno di quelli nei quali a turno ogni brano diviene il preferito (del giorno, della settimana, del mese). Perché, si direbbe, ogni periodo ha la sua canzone come ogni campo ha la sua talpa... tanto per citare la mia prescelta di questa settimana (For Every Field There's a Mole).

4.6.08

good seeds

Non sono avvezzo ai grandi palcoscenici, non lo sono mai stato, e la parola rockstar mi procura pruriti diffusi. Ma, se ogni storia comprende anche la sua eccezione, voglio cantare qui le lodi di un grande divoratore di palcoscenici: Nick Cave. Lodi che vanno ovviamente anche ad ogni singolo (storico) componente dei Bad Seeds, a partire da quel satanasso di Warren Ellis. Nel parco della sontuosa Villa Fidelia di Spello (grazie a zazie per la suggestiva foto!), cornice invidiabile per qualsiasi evento, è andato in scena l'ennesimo strepitoso show davanti ad un pubblico meno folto di quanto sarebbe stato lecito attendersi (tanto per cavalcare una giusta polemica). C’è stato di che dimenarsi perché il buon vecchio Nick, a cinquant’anni suonati, pare avere l’impetuoso entusiasmo di un ragazzino. Il progetto Grinderman e l’ultimo Dig!!! Lazarus, Dig!!! hanno dimostrato in tal senso una meritevole intenzione di rimettersi in gioco. Di conseguenza il concerto, al di là delle preferenze per il repertorio che l’ormai trentennale carriera di Nick Cave può offrire, ha sommerso di entusiasmo tutti i presenti lasciando quel genere di soddisfazione tipica dell’aver assistito ad un grande evento. In scaletta l’ultimo album l’ha fatta da protagonista, come auspicabile, insieme ai grandi classici incastonati qua e là: da Deanna a the Mercy Seat, passando per Red Right Hand (che gran pezzo universale!). Nel lungo bis le special requests, ottime perché veramente improvvisate, hanno svelato il cuore tenero dei fans (me compreso, anche se la parola fan genera ulteriori pruriti!): Into My Arms, Let Love In, Straight To You. Il gran finale affidato ad una memorabile e contorta interpretazione di Stagger Lee. Due ore molto abbondanti di spettacolo e la netta sensazione che la voce di Nick Cave sta invecchiando come un buon vino in barrique. Keep on walking, Lazarus!