26.5.08

smog

E' una sciocchezza ma fatemelo scrivere, in fondo ci tengo: io l'ho sempre chiamato Smog, e non gli Smog. Sempre e solo una mente dietro quel monicker che dal dodicesimo album ha un nome ed un cognome, per tutti, ma non rinnega il suo passato. Anzi lo rivaluta… la grande conferma sabato scorso al Bronson. Bill Callahan non ha scordato il suo vecchio nome, il suo significato dalle sfumature farraginose, ed ha portato in scena una versione tanto imprevista quanto imprevedibile della sua opera. Come ho scritto a seguito dell’educata penna di Borguez, non bisogna dimenticarsi da dove Bill è venuto... non bisogna dimenticare quelle sghembe composizioni da menestrello incompreso perchè in esse si può trovare la chiave di questa favoletta. Il brutto anatroccolo che diventa il crooner più apprezzato del nuovo millennio. Sta andando veramente così e me ne compiaccio assai, ma intanto lasciamolo anche (farci) divertire non caricando la sua musica di eccessive responsabilità.

Ero qui per parlare del concerto, ma continuo a deragliare... mi è difficile descrivere cosa rappresenta questo personaggio per me. Ora mi sovviene un'immagine, tra le tante: rappresenta migliaia di passi solitari sotto infiniti portici dall'intonaco annerito, un paio di auricolari e le atmosfere dimesse di Dongs of Sevotion. Per fortuna una cronaca genuina e divertente del concerto la trovate qui. E ringrazio l'autore per la scaletta, tra le mille emozioni avevo pure dimenticato il prezioso attacco di Teenage Spaceship! Di lì quello che difficilmente ti aspetti, un concerto colmo di elettricità e pregevoli momenti di madido pathos. Mi dispiace per chi si aspettava archi ed usignoli, io la quintessenza di Bill Callahan l’ho trovata anche tra queste esecuzioni sudate e polverose, di un’intensità emotiva impareggiabile. Non mi dispiaceva non essere seduto a teatro, ho apprezzato il fare schivo e la scomodità di quel personaggio come fosse cosa mia. E così sono andato avanti totalmente assorto ed incredulo per quella scaletta assolutamente non scontata che è stata forse uno dei motivi per cui ho amato questo concerto in maniera quasi malsana. Le circostanze lo hanno imposto ed io ne ho goduto. Dirò di più, checché se ne dica, ho visto il Nostro trovarsi suo agio in quell'atmosfera rovente che lui stesso aveva contribuito a creare. L'ho visto sorridere e addirittura concedersi a pose ed abbozzare balli, cose che quella statua marmorea all'ATP non si permise... questi due concerti a confronto sono come mondi distanti e diversi che gravitano attorno a quel vocalismo incredibilmente magnetico. Faticherei ad esprimere una preferenza tra i due. Intanto attendo di scoprire altri mondi ed altri concerti e mi figuro, che ne so, un unplugged in riva al mare. Perché assistere ad un concerto di Bill Callahan da queste parti era il mio sogno e mi pare lecito, esaudito questo, pensare al prossimo.

(le belle foto sono di Adele, che ringrazio)

22.5.08

gigs

il Pulpito del nuovo corso vuole vestire abiti informali ed essere anche taccuino, agenda, post-it, flyer, reminder, foglietto volante che quando lo cerchi non lo trovi mai. Insomma un immaginario pezzo di carta sul quale appuntare e segnalare tante cose. Visto il periodo straordinariamente ricco di eventi musicali, vediamo di fare ordine tra tutti questi foglietti… la seguente più che una serie di consigli è una lista della spesa, ovvero sono i concerti che il sottoscritto non si lascerà sfuggire:
  • venerdì 23 maggio – SIX ORGANS OF ADMITTANCE + Comaneci @Bronson, Ravenna.
  • sabato 24 maggio – BILL CALLAHAN + Alasdair Roberts @Bronson, Ravenna
  • lunedì 26 maggio – EXPLOSIONS IN THE SKY + Eluvium @Estragon, Bologna
  • martedì 27 maggio – BLACK MOUNTAIN @Hana-bi, Marina di Ravenna
  • mercoledì 28 maggio – WHY? + Banjo or Freakout @Locomotiv, Bologna
  • giovedì 29 maggio – LIARS + Punck @Bronson, Ravenna.
  • sabato 31 maggio – NICK CAVE & THE BAD SEEDS @Villa Fidelia, Spello (PG)
  • lunedì 16 giugno – BONNIE ‘PRINCE’ BILLY @Bronson, Ravenna

e, come suol dire l’organizzatore della maggior parte degli eventi di cui sopra (mi si perdoni il linguaggio veltroniano), more to come… nella fattispecie more si trasforma in the most… perchè qua si tenta l’assalto ai biglietti per Tom Waits a milano. Incrociamo le dita.

19.5.08

cannes '68

Io nel '68 non c’ero, e questo è il primo motivo per non tentare di parlarne... ma visto che spesso ci piace esser vittime di ricorrenze ed anniversari non posso non appuntare quanto segue.
E’ tempo di Festival di Cannes. Tra novità interessanti (
Gomorra pare aver fatto breccia) e le solite non notizie che attirano i media (ma quant’è bella la Bellucci, ma quant’è bella la Bellucci), il più in forma sulla Croisette sembra essere il grande Manoel De Oliveira (cent’anni a dicembre, come l’Inter). Chapeau. Ma torniamo alle ricorrenze: esattamente quarant'anni fa si chiudeva anzitempo la ventunesima edizione del festival francese.
Le celebri sommosse studentesche che avevano paralizzato la capitale pochi giorni prima non tardarono a far sentire la loro voce anche sulla passerella della Francia bene… quale miglior tempio
gollista da demolire! E se da un lato alcune violenze a Parigi parevano solo fatti vandalici gratuiti, dall'altro le parole di protesta dalla bocca di quell’ometto pacato che era François Truffaut amplificavano a dismisura il messaggio.
Solo un paio di giorni prima, in un atto di autocritica, sui Cahiers du cinema si leggeva l’ambizione "di trasformare il sistema e le condizioni nelle quali il cinema francese si è chiuso fino a trovarsi tagliato fuori dalla realtà sociale e politica". Ancora più severo l'esame di coscienza che un infervorato Jean-Luc Godard esponeva ad una tumultuosa platea in tale occasione: "siamo in ritardo". Il cinema francese era in ritardo nell'affrontare gli scottanti temi sociali che agitavano giovani coscienze in quel maggio cantato anche da De Andrè. Da qui l'atto di solidarietà dei due registi: la presa di posizione, fisica, di quel palco sul quale stavano per cominciare le attese proiezioni ufficiali... seguirono momenti di tensione e risse più che sfiorate: cronache non documentate dal video di cui sotto (reperito dal sottoscritto con non pochi artifizi!) parlano di Truffaut spintonato a terra e di un ceffone volante sulla guancia di Godard... il quale non porse l'altra, neanche verbalmente: "Si parla di solidarietà con gli studenti e gli operai, e voi mi chiedete di parlare del primo piano... siete degli stronzi!".
Milos Forman fu il primo ad appoggiare la protesta ritirando il suo film in concorso, seguito poi da Claude Lelouch e da altri registi. Di seguito anche componenti della giuria come Louis Malle, Monica Vitti ed uno scettico Roman Polański decisero di ritirarsi. Il giorno dopo, per bocca del presidente e storico fondatore del Festival Robert Favre Le Bret, la ventunesima edizione venne chiusa senza proiezioni e premiazioni. Era il 19 maggio 1968.


14.5.08

castanets

Questa è la storia di Raymond Raposa e di straordinari malesseri diffusi. Non tutta la storia invero, solo l’ultimo capitolo: In the Vines, uscito lo scorso anno per Asthmatic Kitty.

“the album he was struggling to complete is based on a Hindu fable about being trapped in an inescapable fate, with death and the limitations of our physical lives closing in from all corners. The story is half of the inspiration for In The Vines. The other half is the wandering that's typified most of Raposa's life.”

Lasciando perdere le menate induiste, è degli scorci di vita vissuta ispiranti il progetto Castanets che mi voglio occupare. Se Cathedral (Asthmatic Kitty, 2004) offriva tali scorci in maniera più appariscente, In the Vines è disco di più basso profilo, ma certo più omogeneo e composto nella sua straordinaria capacità di mostrare tutta una serie di mondi celati sotto musiche all’apparenza scarne ed essenziali. E lo fa, rispetto al precedente, con grande merito: senza alzare ritmi e soprattutto volumi. L’album, infarcito qua e là da incantevoli backing vocals femminili che smussano gli spigoli, si presenta da sè dopo pochi secondi: Rain will come mostra tutti gli attributi di un songwriting dolente, mentre la voce acre e pungente si perde in un rumore bianco che inquieta i timpani. Poi attacca This is an Early Game, e qui bastano un paio di secondi per mandarmi in brodo di giuggiole. Inserita di diritto in the Pulpit Playlist, è un episodio che eleva Raposa al livello del guru Will Oldham, ed alle essenziali opere dei Palace... devo aggiungere altro? Segue la fragranza di Westbound blue che, col suo sentore di malinconia paradossalmente scanzonata, è capace di attaccartisi addosso e non andarsene per ore e giorni (o anche di più: sono settimane che la vado canticchiando), mentre i rimandi tribali delle percussioni di Strong Animal, episodio tanto fosco quanto esotico, costituiscono senz’altro una delle maggiori sorprese del disco. Sorprese che proseguono con le contaminazioni electro-minimal di Three Months Paid che dilatano le atmosfere e regalano respiri più leggeri. The night is when you can’t see si trasforma in una ballata che pare essere scritta per il Mark Lanegan di Field Songs, prima che l'epilogo sia affidato al battito di una drum machine che colpisce al cuore... And the Swimming infatti ci benedisce (“take you softness one time, and let it blemish”) e ci lascia la speranza che una piacevole risalita dal fondo è possibile.

7.5.08

berlin

Welcome back, si fa per dire. Torno a scrivere senza alcun cerimoniale. Scrissi: "il Pulpito chiude qui. Chiude per il riaprire un giorno, forse, chissà, non si sa, non importa". Ecco, quell'incognito giorno è arrivato! intanto ho avuto almeno il buon senso di cambiarmi d'abito (spero che il nuovo layout riscuota consensi). Dunque, appena tornato da Berlino, ricomincio dal seguente video... la cui visione è fortemente consigliata!

video
audio: Nick Cave & the Bad Seeds - He wants you
video: Der Himmel über Berlin - Wim Wenders

Vedere l'immagine di Peter Falk barcollante per le strade di Beverly Hills, trasandato negli abiti e nei modi, mi ha intenerito ed un po' commosso. L'immagine strideva col ricordo dell'oculato (mi si perdoni la freddura) tenente che vagava per le vie di Berlino nel celebre film di Wim Wenders. indimenticabile. E' la stessa Berlino che sono andato a cercare. Quella che, sotto lo stesso cielo, cambia volto come una città di cartapesta. Così la tabula rasa di Potsdamer Platz è divenuta un plastico gigante sul quale bizzarri architetti si sono divertiti a far sparire ogni orizzonte, mentre in mezzo alla piazza pezzi di muro (quel muro, con tanto di didascalie annesse) si fanno piccoli ed imbarazzati. Berlino, in questa come in ogni cosa, è l'emblema del contrasto. E' Potsdamer Platz e anche, soprattutto, il suo contrario: un fitto intreccio di culture e sub-culture che arrivano da lontano, di rincorsa. La città, da questo punto di vista e non solo, è immensa. Lo è ancor di più quando viene voglia di infilarsi in ogni cortile di ogni palazzo per ottenere sempre una sorpresa diversa. Posti come l’Eschschloraque e soprattutto il Tacheles dimostrano che il fermento creativo parte dal basso degli scantinati e può avere una spinta devastante. Berlino, grazie al dinamico equilibrio dei suoi grandi contrasti, funziona come un orologio al cesio. Come a dire che dal caos alla perfezione il passo è breve.
Questa vuol essere solo una cartolina poco presuntuosa perchè la città, per la sua immensità culturale, è difficilmente raccontabile. Ancora più difficile è spiegarla... se tu ti muovi nella direzione di comprenderla, la città si muove più veloce di te. E’ una bella sfida e ci vorrebbero mesi per venirne a capo, pochi giorni è un tempo non sufficiente. Certo, anche Wenders per girare il suo capolavoro ha avuto poco tempo. ma tant'è.