15.12.07

Ascanio Celestini

Era da tempo che volevo spendere due parole su di lui. Parole in punta di piedi per una sagoma quasi fiabesca, per il volto dello strano della porta accanto, per una voce che sa raccontare storie di vita vissuta come nessun'altra voce può fare. Ascanio Celestini è una macchietta, uno di quei personaggi strambi tanto affascinanti quanto difficili da descrivere. Ascanio Celestini racconta storie che sono la nostra storia, e la storia del nostro passato. E le racconta con naturalezza ed una semplicità che mascherano con grande eleganza gli anni di lavoro e minuziosa ricerca che stanno dietro ad ognuno dei suoi monologhi. Racconta, e ci mette pure un poco di impaccio… Quasi che lo sgarbato estro del nostro volgo abbia ad essere perdonato. Perchè troppa modestia insegna, per cosi dire. Come per Marco Paolini, fu la televisione -palcoscenico quantomai scomodo- a sdoganare alle masse il piccolo oratore de' noantri. Ma troppo fine e fantasioso il suo modo di fare storia, troppo dolce e sottile la sua ironia… e quella scatoletta nera troppo piccola e stolta per contenere tutto ciò! Meglio un palco di legno, una piazza, qualche sedia o delle panchine alla rinfusa, magari un prato… i giusti scenari per un teatro civile in grado di raccontarci come in nessun libro di storia -nei quali non è abitudine combattere la sventura a colpi di risate!- cos’era vivere al Quadraro in tempo di guerra (Scemo di Guerra) o l’elogio funebre del manicomio elettrico, ovvero cosa succedeva dentro i manicomi prima della Legge Basaglia, giusto trent’anni fa (la Pecora Nera). Ne ho citati solo un paio perché voglio regalare le ultime righe ad un ricordo. Siedevo sugli scalini della Piazza Del Popolo (di una qualsivoglia cittadina romagnola…) contemplando quanto ascoltato dal vivo poco prima nel monologo Scemo di Guerra. Il fresco di una bottiglia di birra in mano come unica sensazione che mi teneva aggrappato alla realtà, mentre con tutto il resto ero ancora dentro il racconto di Celestini. Nella desolazione estiva d’una piazza di città, con un'afa che sbiadiva la vista, vidi sbucare da dietro l’angolo una piccola sagoma che zompettava, zaino in spalla e schiena ricurva, in cerca di un ristorante ancora aperto. Pensai fosse un folletto, invece era proprio Ascanio Celestini. Lui, con quella faccia lì. Avrei voluto ringraziarlo, domandargli qualcosa… avrei voluto soltanto fargli un cenno di saluto. Non l’ho fatto, non ho voluto interrompere la magica sensazione che quella curiosa figura che attraversava la piazza fosse un favoloso personaggio frutto della mia fantasia.