28.11.07

the body is warm.

Diciamolo pure, a volte ci piace stare male. Ci piace sguazzarci dentro. Forse capite tutti cosa intendo... non a caso capita di leggere piacevoli paradossi come "stare bene per stare male" o "una serata all'insegna dello stare male insieme. accorrete numerosi. non ve ne pentirete" (op. cit.)… che quasi quasi mi ricorda il Festival della Felicità di Ecce Bombo.
Robin Proper-Sheppard cantava
there’s nothing like a long walk on a rainy night. E noi con lui, ancora una volta, a sguazzar dentro quelle pozzanghere. Fixed Water è l’album migliore dei Sophia, I See a Darkness quello di Will Oldham (Bonnie ‘Prince’ Billy, scusate). E così via. Sarà un caso, oppure no. Anzi, no di certo, perché risulta ovvio, quasi spiazzante, che quando si sta per toccare il fondo si tira fuori il meglio. Jorge Luis Borges, del quale l'illustre cugino continua ad educarci con la sua penna, diceva che la sventura è la grande materia prima della poesia e che non è possibile fare letteratura con la felicità. Un passo più in là il Nick Hornby di Alta Fedeltà: "Cosa è venuto prima, la musica o la sofferenza? Ascoltavo la musica perché soffrivo? O soffrivo perché ascoltavo la musica? Sono tutti quei dischi che ci fanno diventare malinconici?". E’ in questo splendido quadro deprimente che voglio introdurre il mio Disco dell’Inverno. Lo annunciai al primo ascolto, quando le giornate erano ancora tiepide. Ora che il freddo non indugia più posso confermarlo: North Star Deserter di Vic Chesnutt è l’album che ha monopolizzato i miei ascolti negli ultimi due mesi. Lo sventurato Vic nell’accogliente alcova della famiglia Constellation Records ha partorito un capolavoro che smarrisce e spaventa il cuore, ma poi lo ritrova e lo riscalda lasciando un'aurea di emozioni autentiche. Si passa dall’amaro cantautorato di tutta una ventennale carriera (Warm, su tutte), alla distorta orchestralità figlia dell’efficace contributo del collettivo A Silver Mt. Zion (Glossolalia, in particolare) mentre si invoca, lieve e spettrale, il fantasma di Nina Simone (Fodder On Her Wings) e la chitarra dell’ennesimo special guest (ave Guy Picciotto) fa il bello ed il cattivo tempo (Marathon e Debriefing, nell’ordine). Ma non è tutto qui, assolutamente non lo è. Mancano struggenti parole per quella ballata da occhi lucidi intitolata You Are Never Alone, manca tanto altro.
Accetto le mie lacune, in fondo non si hanno mai degne parole per descrivere il proprio
Disco dell’Inverno. Potessi, sceglierei le belle parole di altri (queste) e poi…
e poi non andrei oltre, che fuori fa freddo e levare tempo e temperatura al vostro ascolto con le mie parole diventa superfluo.

6.11.07

il Sergente

Alla fine lui era lì, tra le pareti bianche e gelide della cava Arcari di Zovencedo, dove Marco Paolini ha messo in scena l’ennesima replica a lui dedicata. Mario Rigoni Stern era proprio lì, e le sue poche parole, alla fine, sono state le più emozionanti. Gli occhi piccoli e arrossati, brillanti di commozione. Il naso grosso e la pelle ruvida, la barba bianca come i capelli. Una bellezza senile di candore e saggezza, nuda davanti alla sincera commozione di vedere i più giovani tanto attenti ad ascoltare quella storia.
Lessi Il sergente nella neve in terza media, quando un’anziana professoressa di italiano volle far conoscere a noi ignorantelli come migliaia di italiani furono stati mandati a morire dal duce tra nevi di russia. Quella ritirata di Russia di cui Rigoni Stern fu superstite e scrisse. Dalla vita quotidiana nelle tane dei soldati sulle sponde gelate del Don, con l’Armata Rossa sull’altra sponda, al fondo del cul-de-sac, la tragica battaglia di Nikolajewka. Storia di una tragedia che è ancora viva nella memoria, e per molto ancora dovrà sopravvivere, grazie anche al contributo di attori straordinari come Marco Paolini. Colui che ha donato pieno significato alle parole teatro civile con le sue narrazioni intense, a partire dal grande capolavoro Il racconto del Vajont, con il quale fece sapere all’Italia intera di come una strage annunciata venne erroneamente chiamata disgrazia.
Seguendo i grandi monologhi di Paolini ci si rende conto di come la forza del teatro di narrazione, stimolando il nostro senso civico, può fare breccia sulle coscienze, in un turbinio di emozioni in grado di farci toccare punte estreme d’una risata o d'un pianto. Credo sia questa la vera forza del teatro, ed è sempre pronta per nuove sfide… così, quando inaspettatamente mi sono imbattuto nella diretta televisiva di questo spettacolo ho realizzato che a volte quella piccola scatola nera può anche servire a qualcosa.