23.10.07

Mirupafshim, Vlorë.

Arrivederci, Valona. E' stato più breve ed indolore del previsto, e non è stato abbastanza. Allora vorrò tornarvi per capire, conoscere, vedere di più. Ed anche, naturalmente, per continuare e concludere un lavoro ben cominciato. L'Albania è un luogo in cui ti ci puoi ritrovare più per dovere che per piacere. Sovente, però, possono accadere cose che ti fanno dimenticare il motivo per cui sei lì. Il tramonto nell'immensa baia di Valona è una di queste cose. Il mare, il cielo, le nuvole ed i monti assumono tinte di un acquerello dalle derive quasi mistiche. Un’altra cosa che ti fa dimenticare il motivo per cui sei lì è il sorriso di un bambino che ti osserva lavorare interrompendo i suoi giochi, i suoi scavi, tra le macerie delle fabbriche abbandonate. Un’altra ancora è che si respira l'aria dei Balcani, nelle musiche, nei volti, nell'asprezza delle alture che cingono la città. Così ti dimentichi tutto, segui il sole che si tuffa nel mare e te ne stai immobile ad osservare lo spettacolo con i piedi piantati nella sabbia grigia di quelle spiagge. Le stesse dalle quali dieci anni fa giovani dal futuro incerto salpavano per seguire una speranza, là dove cala il sole. La tempesta ora sembra lontana, la vita scorre frenetica in città come Valona. Città imbruttite da una sfida alla modernità urbanistica persa in partenza. I soldi occidentali qua non hanno portato la bellezza perchè dell'occidente, al solito, è arrivato il peggio della propria cultura.
Qua c'è più bellezza nel degrado della periferia.
E' così, tutto tremendamente paradossale. Come il cenno di assenso che in albanese si fa scuotendo la testa. Forse sta proprio in questi paradossi il fascino nascosto di questo luogo, l'indole bizzarra di questo popolo cordiale e caotico. Il rammarico più grande è di non aver visto abbastanza per trarre considerazioni più decise su questo paese. E’ normale, i viaggi di lavoro sono quasi sempre viaggi a metà. Per questo spero, quando tornerò nella terra delle aquile, di recuperare l’altra metà.

17.10.07

Amaro Taccone

Mentre l’agghiacciante retorica del giornalismo sportivo partorisce frasi come: saluta il gruppo per l’ultima volta, il Pulpito vuole semplicemente salutare un altro personaggio di un ciclismo che non c’è più. La storia di Vito Taccone, con quello svolgimento travagliato e quell’epilogo triste, non poteva non essere raccontata su queste pagine. Uno scalatore tanto estroso e rude quanto generoso, per questo il Camoscio d’Abruzzo è sempre stato nel cuore dei suoi conterranei e di tutti gli appassionati di ciclismo. Nei primi ’60 le sue vittorie: Giro di Lombardia, Piemonte, Toscana ed altri… oltre a quel mitico filotto di 4 tappe consecutive (5 complessive) al Giro d’Italia del ’63. Irruente ed ostile in gruppo, dal ’64, dopo una tremenda scazzottata con lo spagnolo di turno, decise di non prender più parte al Tour de France. Altrettanto scomodo, franco e polemico nel salotto di strada dal quale Zavoli con i suoi ospiti processava la tappa. Un palcoscenico televisivo a lui congeniale, nel quale fece soventi apparizioni anche negli anni a venire. Tempo dopo e chili in più, ci piace immaginarlo al termine di una lauta cena a materializzare la sua idea calzante tra profitto e tradizioni abruzzesi: l’Amaro Taccone. Passò dunque al commercio del suo amaro portandosi dietro la sua fama ed il suo carattere burrascoso, insieme ad una serie di fallimenti che lo fecero protagonista della cronaca giudiziaria invece che di quella sportiva. Prima denunciato per rissa, poi in manette per una vicenda di assegni a vuoto. Tentò anche la carriera politica con scarsi risultati alle ultime elezioni amministrative. Infine l’ultimo misfatto: l’accusa di ricettazione, l’arresto lo scorso giugno. La sua fervida professione di innocenza su una vicenda intricata che, dopo svariate contraddizioni, l’aveva recentemente portato ad incatenarsi davanti al tribunale di Avezzano. Tutto inutile, qualche giorno fa un infarto ha chiuso la sua eterna protesta. Ha chiuso la storia di un campione destinato a perdere. E le immagini in bianco e nero delle sue imprese sportive sono tornate a scorrere, almeno per un giorno, sulla cronaca nazionale.

11.10.07

ATP vs Pitchfork

Sì, lo so che manca un sacco di tempo, che in otto mesi si può fare anche la rivoluzione. Ma è questa la notizia più fresca ed appetitosa degli ultimi giorni, almeno per noi reduci dall’ultima trasferta in terra d’Albione. La notizia è che l’ATP, questa primavera, raddoppia. Per i profani l’All Tomorrow’s Parties è quel festival di tre giorni che offre la possibilità ad una band di scegliere le altre, parliamo di alcune decine, che saranno ospiti al festival. La formula del curated by ha visto succedersi diversi protagonisti: dagli Slint a Vincent Gallo, dagli Autechre agli Shellac, passando per squisiti fuori programma (Matt Groening) per arrivare ai Portishead del prossimo dicembre (sold out da settimane). Ebbene, l’organizzazione dell’ATP ha già annunciato le nuove date primaverili… si raddoppia! Due week-end consecutivi (9-11 e 16-18 maggio 2008), il primo a Camber Sand ed il secondo a Minehead. Al momento solo il tema e le prime adesioni del primo week-end sono state annunciate... trattasi di annuncio esplosivo: ATP vs Pitchfork, con i primi che hanno già messo in campo nomi quali Ween, Sebadoh, Pissed Jeans etc. ed i secondi che si difendono con Dirty Projectors, Of Montreal, Man Man, Caribou… ma la sfida è solo all’inizio! In attesa di sapere quali bands si aggiungeranno alla lista e soprattutto cosa succederà nel secondo week-end, il Pulpito fa sul serio ed è già qui per raccogliere adesioni per la prossima eccitante trasferta. Il Pulpito vorrà esserci, seguitelo fedeli!

4.10.07

Rex, 3

E’ tempo di celebrare un album al quale ho dedicato migliaia di ascolti e nel quale migliaia di volte mi sono ritrovato: “3”, terzo ed ultimo lavoro dei Rex, veniva dato alla luce dieci anni fa. Storia di tre musicisti di Portland: Curtis Harvey, voce e chitarra; Phil Spirito dei Red Red Meat al basso e Doug Scharin, con un passato nei Codeine ed un futuro nei June of ’44, alla batteria. Storia di un progetto dall’esistenza breve ma alquanto proficua e significativa che incideva per la Southern Records, etichetta che ai tempi si ergeva meritevolmente come un faro nel mio burrascoso percorso musicale. Oggi vorrei celebrare, con grande riconoscenza, questo nome poco altisonante scomparso prima ancora che io m’accorgessi della sua esistenza.Una copertina dimessa della quale nemmeno ricordo l’episodio che vi ha attratto la mia mano sopra come il polo d’un magnete col suo opposto. Da lì ascoltare schiudersi un mondo, come un lento road movie girato lungo remote strade dell’Oregon. Ho custodito con gelosia quella copia in cartonato, vedendola consumare ad ogni ascolto mentre percorrevo altre strade e altri ricordi, nel solco di vecchie lacrime mai scese, di inquietudini abbandonate a se stesse, di sorrisi mai pienamente assecondati. Scrivere di questa musica, di cosa ha rappresentato per me, per raccontare quella forma d’introversia scomoda e mal confessata. Ed esser qui, ora, per chiudere un altro cerchio, lo stesso che percorrono queste note che si rincorrono... a volte in maniera ipnotica, altre con struggenti ballate convertite al culto della lentezza. Altre ancora sfoggiando tutte le suggestioni di lunghe nenie ammaliatrici, buone per viaggiare, ma buone anche per starsene fermi a contemplare l’effimero incanto delle prime nebbie autunnali che velano le nostre campagne. Musica buona per rimuginare sul nostro animo dolente, e per sguazzarci dentro con inspiegabile soddisfazione. E’ a coloro che si ritrovano in queste parole che vorrei regalare questo ascolto.