11.11.09

Gli abbracci spezzati

di Pedro Almodovar

Nella scena più intensa del film, i due protagonisti -amanti in fuga- guardano Viaggio in Italia (in italiano con sottotitoli). Alla vista dell’abbraccio degli amanti di Pompei ‘eternato’ dalla colata lavica, lei si commuove. Lui ferma a sua volta il momento felice con un autoscatto. L’incastonamento della vita in immagini è il tema del film e anche l’ossessione di Almodovar. Nel ‘95 Pedro molla il filone camp culminato in Donne sull’orlo di una crisi di nervi e inizia un nuovo cammino. La prima pietra é Il fiore del mio segreto, un grande film dolente. Da allora è alla ricerca del melò perfetto. Ha messo da parte ogni eccentricità. E punta a un classico che lo collochi accanto ai giganti di ogni tempo. In questo sforzo lungo 15 anni A. ha prodotto film notevoli ma nessuno davvero riuscito. Anzi. Nell’ultimo decennio affiora un senso di normalizzazione. Il processo è simile alla ‘escavazione dell’osso’ di Carver: sfrondamento del superfluo senza pietà. Però taglia fuori elementi vitali. Quello che rimane sono drammi familiari lunghi decenni. Musiche flamboyant. E la convinzione che la forza delle passioni (femminili, soprattutto) superi ogni ostacolo. Questo è buono e bello. Non fosse oramai routinario anziché classico. Ne Gli Abbracci il protagonista –un regista- sta girando un film (Los abrazos rotos e’-anche- un metafilm, l’Effetto Notte dello spagnolo). L’opera si intitola Chicas y Maletas. Ne vengono mostrate un paio di scene. E’ un Almodovar vecchio stile: noir, glamour e paillettes. Qui la Cruz appare risvegliata, quasi una nuova Carmen Maura. E noi era Chicas e non Abrazos che volevamo davvero vedere. Nella lunga –lunghissima- rincorsa al classico, Sirk e Wilder restano avanti un paio di giri. E l’elegia leggera della Spagna post-franchista riaffiora solo come ricordo. Epperò cos’è tutta questa nostalgia, dottor Almodovar?

1.10.09

megafaun

Mentre la stagione persiste e si difende dalle nebbie che verranno, mi accorgo di non aver ancora lasciato due parole sul disco che più mi ha allietato in questi mesi. Lo faccio prima che sia troppo tardi, prima che finisca il decennio, prima che la compilazione di ingenerose classifiche degli anni zero faccia scuotere la testa a molte persone. Ecco, se dovessi partire dalle piccole cose buone, direi che gli anni zero ci hanno regalato i Megafaun. E i Megafaun ci hanno regalato prima Bury the Square, criptico gioiello d'esordio, e poi questo Gather, Form & Fly. Va detto, a onor di cronaca, che il trio in questione si accompagnava al ben più celebre Bon Iver -al secolo Justin Vernon- nei DeYarmond Edison. Peccato per la prematura scomparsa. Rimane il fatto che il best seller For Emma, Forever Ago alle mie orecchie si è sgonfiato alle distanza, mentre i lavori dei Megafaun non smettono di riservarmi piacevoli sorprese ad ogni ascolto.
Se Bury the Square risultava meno accessibile (nonostante un pezzo come His robe!) il nuovo album si è proposto al popolo tutto con i suoi tredici brani farciti di banjo e barbe lunghe.
Al centro della scena figura un dedalo di soluzioni alt-folk la cui chiave di lettura spesso sfugge, devia, piacevolmente deraglia... mentre più in basso, a livello di spartito, si condisce il tutto con un paio di ballate accattivanti e si ammicca a più non posso -ora al ludico rumorismo su cantato a cappella, ora al tropicalismo stracco (la straordinaria Column)- buttando tutto dentro al calderone in un amalgama geniale ed imperfetto. Una volta acceso il fuoco si continua a girare, con quel marchio di fabbrica inconfondibile, inesauribile. Megafaun.

4.9.09

Inglourious Basterds

di Quentin Tarantino (2009)

Tarantino è obiettivamente uno che si fa un culo così. E' bravo da morire e cinematograficamente molto colto (lo sanno anche i muri). Dopo anni di divagazioni, ha deciso che è ora di una reunion con se stesso. Inglourious Basterds è girato in quattro lingue, per la maggior parte in tedesco. QT mostra una direzione d’attori straordinaria anche giocando fuori casa. Quello che sfugge dai tempi di Jackie Brown è il motivo per cui fa cinema. A parte farsi dire “Cazzo di genio che sei”, intendo. Non è l’amore per i personaggi. Nessun carattere è disegnato davvero a tutto tondo. Anche la bionda vendicatrice di turno ha la consistenza della carta velina, a conti fatti. Il colonnello nazista Landa sembra poco più di una macchietta. Non è un cattivo schindlerlistiano. E nemmeno un interprete del Male Banale alla Coen.
Nella seconda guerra mondiale QT ci sguazza. Quasi stupisce che sia il suo primo film bellico, questo. C’è l’eleganza dell’iconografia nazista. Il Nostro ne è palesemente affascinato. C'è la giustificazione morale per la violenza estrema degli ebrei in cerca di vendetta (come negar loro efferatezze mentre raccontano barze?). C’è infine un'atmosfera vintage che attrae grazie alla fotografia dai toni caldissimi. Non è neanche la narrazione della Storia che interessa al nostro. Ben presto l’aderenza ai fatti va a farsi fottere. Tutto pare strumento per convergere verso il climax che predilige. Un crescendo di tensione: dialogo brillante che culmina nell’esplosione di violenza.
Della banda “Look at me, I’m a genius” (von Trier, Boyle e Aronowsky tra i membri) Tarantino rimane il più talentuoso ed onesto. Ma anche i suoi prodotti migliori –IB è tra questi, direi- rimangono algidi. Resta il sapore di un divertissement di alta fattura. Di una persona che ha una modalità di raccontare ma non sa bene cosa. E perchè.

31.7.09

Presto!? meets theFarm

14.7.09

oggi sciopero


Il 14 luglio the Pulpit aderisce all’appello di Diritto alla Rete contro il Ddl Alfano che imbavaglia la rete Internet italiana.


9.7.09

Howe Gelb @Hana bi

Se non ho contato male, se non ne dimentico nessuna, sono sette. Sette le volte che ho visto Howe Gelb dal vivo comprese le apparizioni con Giant Sand e Sno' Angel. Sette volte e credevo di sapere a cosa andavo incontro, mi illudevo di conoscere il copione, ma non avevo fatto i conti con Howe.

Una di quelle serate che fanno d'una estate una bella estate: sedie all'aperto, sabbia e dune, stelle e luna piena vecchia di un giorno. Quella sorta di cerimoniale perfetto proposto dall'Hana Bi (per l'occasione complice Strade Blu) al quale, stavolta sì, sono piacevolmente abituato.

La rincorsa ad Howe parte all'ora di cena con i Comaneci in modalità alt version (Francesca e Glauco) e prosegue, tanto per gradire, con un notevole trio meticcio formato dagli Slummers (Dan Stuart dei Green on Red e JD Foster) e Diego Sapignoli alla Batteria.

Ecco, un plauso speciale, un complimento personale, va a Diego. Uno che non è nato a Tucson, Arizona, bensì nel cuore della Romagna. Uno che, tirato per la giacchetta dai tre americanoni (Howe lo richiamerà on stage per un paio di pezzi), ha saputo esprimersi con estrema classe, tatto e sensibilità. Proprio le caratteristiche che contraddistinguono il suo modo di suonare nei suoi numerosi progetti (sono certo che nell'elenco ne manca qualcuno!). Intanto Howe, appollaiato sulla duna come un berbero solitario, si gode lo spettacolo col cappello ben calato in testa, in attesa del suo turno. E quando arriva non ce n'è più per nessuno. Comincia sgranocchiando note al piano per poi passare alla chitarra. Prosegue facendo la consueta e deliziosa spola tra i due strumenti ed armeggiando il più micidiale di tutti, la sua voce. Non lo posso raccontare qui, cos'è la voce di Howe Gelb... se ci riuscite fatelo voi.

Sotto alle burla di effetti vocali ed uscite irresistibili - "no thanks, it's not jazz, it's not jazz..." all'applauso dopo un virtuosismo durante un brano - è la musica a fare sostanza. E ce n'è talmente tanta da farne venire fuori un concerto importante, perchè Howe è tremendamente ispirato e deciso a sfoggiare tutto il suo talento d'un Dylan deragliato in età precoce. Ci riesce come poche altre volte, e lo fa pescando a caso nel suo repertorio regalandoci le sue eterne rivisitazioni di perle quali Paradise here abouts, Shiver e, appunto, Stranded Pearl. Da solo tiene in piedi un teatrino affollato sul quale è sceso un silenzio religioso, quasi sacrilego, visto il personaggio. Uno spettacolo assolutamente coinvolgente e gustoso, capace da solo di dare un senso ad una stagione, ad un luogo, ad un certo tipo di musica suonata in un certo tipo di contesto. Allora non rimane che un augurio... See you next summer, Howe.


(grazie Adele per le foto!)

28.6.09

The Limits of Control

di Jim Jarmush (2009)


Questo film è la storia di un Volto.
Anzi. I veri protagonisti sono due zigomi molto sporgenti. Quelli di
Isaach De Bankolé, nuovo attore feticcio di Jim, già gelataio in Ghost Dog.
Jarmush rimane un musicista e The Limits è la partitura di una vicenda umana, irrilevante e fondamentale assieme, come tutte le storie di cinema.
Jarmush è un pittore, anche. I suoi studi cromatici sono i più eleganti degli anni zero.
Pochi dialoghi (1000 parole in tutto?). Almeno 4 lingue diverse (finiranno nel tritacarne del doppiaggio italiano). Ma i protagonisti si capiscono lo stesso. La complicità è trasmissione cuore-a-cuore e non sintassi.
Jarmush si rivela -in ultima analisi- un asceta anarchico.
Il suo protagonista non rispetta le leggi.
Ha la propria norma interiore:
Solitudine, dedizione alla causa, rinuncia a se stesso.
Per far saltare il controllo ed i limiti che questo impone.

If you only watch one movie this year, get this one.

18.6.09

Cineforum Volonté

Bene, sembra che sia arrivata la stagione delle proiezioni sotto le stelle... stelle custodi d'una manciata di sedie in legno sparse per l'aia d'una casa di campagna. Il luogo è noto. Lo è almeno a quelle persone dalle quali ho ricevuto domande che hanno tradito una certa attesa... mi ha fatto piacere, sarebbe bastata la mia.
Quest'anno ho scelto di incontrare il signore qui accanto. Tutto facile, mi ha convinto lui stesso con le poche parole che seguono... alle quali non credo di dover aggiungere altro.

Io accetto un film o non lo accetto in funzione della mia concezione del cinema.
E non si tratta qui di dare una definizione del cinema politico, cui non credo, perché ogni film, ogni spettacolo, è generalmente politico.
Il cinema apolitico è un'invenzione dei cattivi giornalisti.
Io cerco di fare film che dicano qualcosa sui meccanismi di una società come la nostra, che rispondano a una certa ricerca di un brandello di verità.
Per me c'è la necessità di intendere il cinema come un mezzo di comunicazione di massa, così come il teatro, la televisione.
Essere attore è una questione di scelta che si pone innanzitutto a livello esistenziale:
o si esprimono le strutture conservatrici della società e ci si accontenta di essere un robot nelle mani del potere, oppure ci si rivolge verso le componenti progressiste di questa società per tentare di stabilire un rapporto rivoluzionario tra l'arte e la vita.

Gian Maria Volonté, 1984


il programma:

  • venerdì 26 giugno - Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (di Elio Petri, 1970)
  • venerdì 10 luglio - La classe operaia va in paradiso (di Elio Petri,1971)
  • venerdì 24 luglio - Il caso Mattei (di Francesco Rosi, 1972)
  • venerdì 7 agosto - Porte aperte (di Gianni Amelio, 1990)

5.6.09

votare


Ora ti dico quello che so io. Fermami quando coincide con quello che sai tu.

Queste elezioni non contano un cazzo. Scherzo. Contano un sacco per stabilire un equilibrio, o un disequilibrio (che poi è la stessa cosa). L'ultima volta che sono stato a votare, il popolo della sinistra era chiamato a una dura scelta -quella a cui tutte le democrazie annoiate di questa terra prima o poi hanno dovuto fare fronte. Vale a dire smettere di opporre resistenza, smettere di fare coalizioni dopo i risultati, tappare il naso e votare PD o PDL, o nell'accezione idealtipica della cosa accettare un sistema bipartitico ed il necessario convergere al centro delle forze politiche che in esso competono, contribuendo in maniera attiva riducendo il gap ideologico tra le parti ed isolando gli estremi. Oppure non tener conto di tutto ciò e continuare con il vecchio sistema, detto anche vai dove ti porta il cuore. Conoscevamo i rischi, ce ne siamo fregati. A destra vanno via più tranquilli, non si cagano troppo il fatto che statalismo e federalismo marcino assieme -in effetti di questi tempi esistono problemi più ficcanti- e hanno una loro sorta di rispettabilità congenita che insomma, ha un certo qual che di scioltezza. Noi protestiamo in piazza contro le leggi che abbiamo votato il giorno prima.


Nota di servizio: il blog che stai leggendo è a maggioranza qualificata di sinistra. Te ne fai qualcosa? Diego è sinistra, PWG è sinistra. Degli altri ospiti non so che dire.


E insomma, così. questo non è un post elettorale, è più la storia di una QUASI quindicina d'anni di elezioni condensata in un sacco di righe che ho deciso di non scrivere. Finita la storia, e tenuta ben salda nella mente la morale della stessa, propongo di fare qualcosa di innovativo e vintage allo stesso tempo: VOTA IL PIGMENTO.


Vota Il Pigmento funziona così. Le sinistre hanno perso, sta scritto, è storico, va bene, è giusto e bla bla bla. Entri nel seggio, cerchi il pallino più rosso che c'è sulla scheda e gli tiri due righe sopra. Esci, prendi una sbronza e decidi di "aver mandato un segnale". Niente mortadella in mezzo alla scheda e inviti a magnarsela, niente Dario Franceschini, niente di niente. Dalla prossima volta contribuiremo al sistema elettorale in vigore inasprendo il gap e marciando dritti verso la grande vittoria -che non arriverà.

19.5.09

ATP 2009

Mentre chiudo nel cassetto ogni velleità giornalistica e prego che il dio della sintesi conceda la sua intercessione, provo ad abbozzare un resoconto. Sarà comunque impossibile convincere qualcuno del fatto che l’ATP a Minehead sia il miglior festival musicale d’Europa (è vero, è anche l’unico al quale ho partecipato… ma diffidate da questa considerazione, puzza di banalità).

I motivi di questo primato sono complessi e censurabili dal dio della sintesi (ne fu indenne il post del 2007). Senz’altro spicca il fatto che il numero chiuso fa dei suoi avventori e dei musicisti una sola comunità, isolata dall’universo non solo geograficamente. Così un giorno giochi a bowling con Yann Tiersen, l’altro accresci l’ego deficitario del cantante dei Bronx comprando le sue magliette per pochi pounds. e così via. Last but not least, con l’avvento di festival mangiatutto come il Primavera Sound l’ATP è diventato non più cool… e, ben si sa, uncoolness is the new coolness.

Poi ci sono i concerti… suppongo di essere andato per quelli, anche se non ne sono certo. Alcuni li ho saltati perché la fantastica compagnia di maschioni (I love you, simbolo del cuoricino) offriva di meglio, altri non mi interessavano, altri ancora non li ho commentati e magari qualcuno lo farà per me in appendice.

Degni di nota, con tanto di voto (assolutamente personale) e in attesa di foto decenti, i seguenti concerti in rigoroso ordine cronologico:

Giant Sand - suonano nelle fasi di riscaldamento di una partita che poco gli interessa, proprio per questo cazzeggiano in maniera sublime (6.5)

Yann Tiersen - avere una certa età e diventare la sorpresa (oltre che l'uomo ovunque) del festival non è cosa da poco. Suona inaspettatamente e maledettamente post-rock, e lo fa con tutta la sua classe (8)

Pit er Pat - in 2 anziché 3. Lei, Fay Davis-Jeffers, è alquanto impastata. di contro Butchy Fuego è assolutamente omen nomen. Rimangono leggermente deluse le aspettative (6.5)

Bon Iver - suo malgrado sta meglio tra la gente che in mezzo alle foreste. Ricordando il selling point del suo album gli si potrebbe dare del millantatore. Però non ci dispiace ed ha una band che suona forte (due batterie?!?), alla fine il concerto è godibile (6.5)

CSS – Imbarazzanti, non solo per l’allestimento del palco centrale con palloncini colorati, ricchi premi e cotillons. Un punto in meno alle Breeders per averli invitati (4)

Th' Faith Healers – un album nel ’92 (prima uscita della Too Pure), sciolti nel ’94. La bio dice “noisy and hypnotic grooves, noisier than the similarly sound-for-sound's-sake My Bloody Valentine and more driven than their new labelmates Stereolab”. La bio dice bene (7.5)

Wire – Drittissimi, ma avevo l’udito malconcio dal concerto di cui sopra e ho resistito due pezzi. Voto sulla fiducia (di un concerto visto pochi mesi fa) (7)

The Breeders – senza temere che nessuno mi prenda a maleparole, non sono mai state la mia tazza di tè. Fanno il loro caro compitino ma visto che la matematica non è un’opinione si beccano un bel (5)

Shellac – Steve Albini, Bob Weston, Todd Trainer. Il dio della sintesi parla inglese e dice: BEST ROCK BAND EVER. Mi hanno insegnato che il voto dieci non si può dare, ma io non ho ancora capito il perchè (9)

Zach Hill – Va bene, alla batteria sei un fenomeno e magari, che ne so, hai anche un cazzo lunghissimo. però dovresti pure mettere in conto che a qualcuno il tuo onanismo strumentale potrebbe anche risultare fastidioso (5)

Holy Fuck - Uno al basso, uno alla batteria, gli altri due a smanettare su tavoli ben imbanditi. Nel cuore della notte saltavano proprio tutti, e saltavo anch’io. Spassosissimi (8)

Dianogah – conferma quadratissima, di questi tempi la gente di Chicago va forte. avevano come fonico Bob Weston, per dire. E pare che Steve Albini durante il loro concerto abbia addirittura inarcato il sopracciglio destro (8)

Deerhunter - il fatto che Bradford Cox dal vivo sia quasi più brutto di Gregor Fucka non influisce sulla prestazione e sul voto, i Deerhunter dimostrano di non essere il frutto vanesio di una moda musicale ma una band con le spalle più larghe del previsto (7.5)

Gang of Four - a parte che bisognerebbe chiamarli Gang of Two visto il grado di autenticità del quartetto base (la considero una reunion più posticcia di altre), la bellezza di un disco come Entertainment! rimane inalterata ed ascoltare dal vivo suonare (bene) certi pezzi può essere emozionante (7)

Foals – Spaccate. Spaccate un sacco… ma hey!!! di sopra stanno suonando gli Shellac per la seconda volta!!! ciaociao (7.5)