13.8.08

Fassbinder/3

sabato 16 agosto @theFarm, ore 21:30
ultimo appuntamento col cineforum sotto le stelle...

LA TERZA GENERAZIONE

(Die dritte generation
)

di Rainer Werner Fassbinder

(Germania – 1979 – colore, 110')

E' l'inverno del 1979 a Berlino. Un gruppo di romantici terroristi progetta di sequestrare un industriale dell'elettronica ignorando di essere le pedine di un gioco più grande di loro... Storia di terroristi della "terza generazione", non più guidati da motivi politici ma dal piacere dell'azione: una violenza di stile, ma frivola e fine a se stessa, che è il riflesso alla violenza volgare della società. Commedia curiosa, strutturata in sei parti collegate da cartelli con scritte dei gabinetti di Berlino ovest... giochi di parole oscene ed irriverenti quanto il film. Commedia dall'epilogo beffardo, come non poteva essere altrimenti in questa pellicola che passa anche attraverso meccanismi comici per nascondere la discussione ed il rifiuto provocatorio di ideologie che rimangono nella trama fattori di assoluto contorno, ma principali vittime della satira impietosa con la quale Fassbinder si è divertito a dilettarsi in questo grande film.

6.8.08

Kaurismäki/3


venerdì 8 agosto @theFarm, ore 21:30


VITA DA BOHEME

(
La vie de bohème)

di Aki Kaurismäki

(Finlandia/Francia - 1992 - b/n, 100')

Ultimo appuntamento della mini-rassegna su Kaurismaki:
dulcis in fundo... il suo capolavoro! non potete perderlo.
Non aggiungo altro a quello che scrissi QUA.

Qui, invece, una delle tante gag del film con i camei di Jean-Pierre Léaud e Samuel Fuller.

30.7.08

front porch session/1

front porch session è una nuova rubrica stagionale, figlia della canicola estiva che insinua l'ombra dei porticati delle nostre case di campagna. Una rubrica che presuppone ascolto ed immaginazione. L'ascolto è quello proposto tra le sue righe, storie di piccole canzoni scarne ed essenziali raccontate in dischi più o meno recenti che hanno raccolto le mie attenzioni. L'immaginazione fa il resto... una sedia, una chitarra acustica, una voce ed uno sguardo dal piglio assorto che si perde scrutando l'orizzonte. che dalla romagna al midwest americano il passo può essere breve.

"I was singing like a bird from my porch just to hear my own voice echo in the canyon" (Papa M)

TOM BROSSEAU - Cavalier
(FatCat records, 2007)

Tom Brosseau è uno di quei musicisti un po’ fiabeschi che aleggiano timidi lontano dalle grandi ribalte. a volte non si può far commento migliore. Cavalier, prodotto e mixato da John Parish, è il sesto album in pochi anni e pare, per la sublime essenzialità del lavoro, esser scritto apposta per una front porch session. ecco, in verità è successo l’esatto contrario.
Cavalier è poco altro che una chitarra suonata docilmente da dita che pizzicano corde in maniera educata e galante. Cavalier è anche, soprattutto, una voce nobile e superiore. una voce soave e un po’ barocca che sa cullare l’ascolto come poche altre voci sanno fare. Una voce che trova con naturalezza le giuste melodie tra delicati percorsi folk blues, ammiccando qua e là al country più sbarazzino. Tom Brosseau canta per raccontare storielle della sua terra in mezzo al nulla (Grand Forks, North Dakota) e conciliare malinconie con il tempo che scorre, canta per scoprire nuovi amori e alimentare vecchie passioni. Canta, e sembra di sentire l’eco in fondo al porticato che accompagna la sua stessa voce. Io resterei ore assorto ad ascoltare quella voce, mi manca solo una vecchia sedia a dondolo in legno tarlato.

29.7.08

Fassbinder/2



venerdì 1 agosto @theFarm, ore 21:30


LA PAURA MANGIA L'ANIMA

(Angst Essen Seele Auf
)

di Rainer Werner Fassbinder

(Germania – 1974 – colore, 93')


Da non perdere! Un film caro al Pulpito che già se ne occupò QUA.

24.7.08

Kaurismäki/2

sabato 26 luglio @theFarm, ore 21:30

HO AFFITTATO UN KILLER
di
Aki 
Kaurismäki 
(Finlandia/Inghilterra - 1990 - colore, 80')

Non ho visto questo film. Mi sono riservato il piacere di vederlo per la prima volta sul grande (e nuovo!) schermo di questo cineforum. Finalmente posso scartare quel dvd comprato qualche mese fa e togliermi lo sfizio. C'è chi mi ha indicato questo film come uno dei migliori di Kaurismäki. Mi sono fatto aspettative! di certo sarà un piacere vedere il risultato del lavoro del regista su un redivivo Jean-Pierre Léaud, il protagonista, dopo averlo stanato dall'oblio. Come anche sarà eccitante vedere il cameo di Joe Strummer nel film. La trama comincia più o meno così: Il protagonista, un modesto impiegato londinese di origini francesi, viene licenziato e si accorge che il lavoro era l'unico aspetto piacevole della sua vita. Sprovvisto di ogni senso pratico, i suoi fallimentari tentativi di suicidio si trasformano in una serie di irresistibili di gag. Ecco allora la decisione di affittare un killer contro se stesso...

16.7.08

Fassbinder/1

"Proprio perchè ingrandito dalla distanza il lavoro di Rainer Werner Fassbinder, il suo lascito, ci appare come uno specchio magico da Alice nel paese delle meraviglie che ingloba e amplifica un universo di sogni, desideri e realtà unico"
(Giovanni Spagnoletti)

sabato 19 luglio @theFarm, ore 21:30

L'AMORE E' PIU' FREDDO DELLA MORTE
di Rainer Werner Fassbinder
(Germania – 1969 – b/n, 88')

Della filmografia di Fassbinder, tanto abbondante quanto concentrata, questo è il primo lungometraggio. Una produzione a basso costo sorprendentemente curata ed efficace nella resa fotografica. Un bianco e nero di raffinato contrasto e duri contorni, decisamente più aspri rispetto alle pellicole francesi o italiane della stessa epoca.
La trama: Franz (intrepretato dallo stesso Fassbinder), un magnaccia da quattro soldi, deve vedersela con Bruno (Uli Lommel), il gangster messo sulle sue piste dal "Sindacato del Crimine" al quale ha rifiutato di aderire; i due diventano però amici, al punto che il primo accetta di dividere con l'altro persino la propria ragazza, Joanna (una splendida Hanna Schygulla). Ma ben presto quest'ultima si stanca delle attenzioni e... vabbè non racconto altro.
Un film farcito da citazioni e rimandi cinematografici: dalle carrellate lente sui personaggi alle placide riprese che seguono i protagonisti lungo strade desolate, fino a certe inquadrature tanto statiche quanto intense. I padri putativi di questo elegante noir si possono individuare, nell'ordine, in Godard, Pasolini ed Eric Rhomer, il suo preferito. Il titolo si riferisce ai personaggi, al loro uccidere a sangue freddo che si contrappone in maniera efficace all'incapacità di comunicare il proprio amore o la propria amicizia.

8.7.08

Kaurismäki/1

“Amo l’America del New Deal e di Roosvelt. Adoro la vecchia Hollywood. Un tempo in cui le barche erano di legno e gli uomini di acciaio. Oggi le barche sono di acciaio e gli uomini di cartapesta.”
(Aki Kaurismäki)


venerdì 11 luglio @theFarm, ore 21:30

LENINGRAD COWBOYS GO AMERICA
di Aki Kaurismäki
(Finlandia/Svezia – 1989 – colore, 78’)

Il primo appuntamento della rassegna dedicata a Kaurismäki racconta il suo aspetto più pittoresco, quell’epopea un po’ fantastica e assurda che la bizzarra creatura (mutante) dei Leningrad Cowboys affronterà nel corso di questa breve pellicola. Epopea che avrà seguito in altre pellicole (Leningrad Cowboys meet Moses, nonchè i due corti di cui sotto) e nel mondo reale.
La trama è presto raccontata: una band del quale più che il talento spiccano le chiome e gli stivali a punta (e che punta!) si muove per cercar fortuna dalla desolante tundra sovietica attraverso l’America per arrivare, primo ingaggio e ultima meta, a suonare in un party di nozze in Messico.
Dallo splendido libro-intervista di Peter Von Bagh (Dialogo sul cinema, la vita, la vodka) la citazione che meglio riassume il senso del fim:

“Nell’incontro tra i Leningrad Cowboys e la provincia americana c’è un’incommensurabilità che sfocia in una risata colossale, così come una riflessione malinconica sulle condizioni di vita, sull’incrocio tra realtà e sogno.” (Sakari Toiviainen)

Uno strambo road movie da vedere e rivedere, perché in grado di compiere un incredibile traversata di luoghi, folklori, musiche e stati d’animo senza appesantire (al contrario!) l’occhio e la coscienza.

Inoltre prima del film verranno proiettati due cortometraggi musicali sempre targati Leningrad Cowboys & Aki Kaurismäki:

• THOSE WERE THE DAYS (Finlandia – 1991 – b/n, 5’)
“Un film di cinque minuti capace di mettere insieme in maniera irresistibile la nostalgia e l’umorismo lieve con la critica corrosiva, il rock con le citazioni bibliche, il movimento con la precisione dello sguardo.” (Peter Von Bagh)

• THESE BOOTS (Finlandia – 1992 – colore, 4’)
In quattro minuti, sulle note del celebre successo anni 60 di Nancy Sinatra, la storia della Finlandia tra il 1952 ed il 1969!


2.7.08

cineforum

Ci risiamo. Torna l’appuntamento col Cineforum estivo @theFarm in collaborazione con Studiocinema.
Quest’anno, rubando il mestiere ad Arturo, mi sono preso l’onore/onere della scelta dei titoli.
Rimanendo fedele all’intenzione di voler ampliare il discorso su registi cari al Pulpito, ho scelto di proporre una mini-rassengna sul cinema di Aki Kaurismaki ed un'altra su Rainer Werner Fassbinder.
Gente del nord insomma… ma due nord distinti e distanti tra loro, tali da sembrar ricadere su emisferi opposti.
Poche ciance per il momento, i
l programma:

• Venerdì 11 luglio - Kaurismaki: Leningrad Cowboys go America (1989)

• Sabato 19 luglio - Fassbinder: L’Amore è più Freddo della Morte (1969)

• Sabato 26 luglio - Kaurismaki: Ho Affittato un Killer (1990)

• Venerdì 1 agosto - Fassbinder: La Paura Mangia l’Anima (1973)

• Venerdì 8 agosto - Kaurismaki: Vita da Boheme (1992)

• Sabato 16 agosto - Fassbinder: La Terza Generazione (1979)

Seguiranno a breve maggiori informazioni ed una scheda, certamente più appassionata che tecnica, per ogni film.

Inoltre, vista la minor durata dei primi due titoli di Kauri
smaki (circa 80'), verranno proiettati prima di questi un paio dei suoi poco celebri cortometraggi (Those Were the Days, These Boots, Thru the Wire, Rocky VI).

27.6.08

the Big Old Bear

Bonnie ‘Prince’ Billy live @ Bronson – 16/6/08


Arrivo a pubblicare qualcosa di doveroso fuori tempo massimo. Una trasferta di lavoro mi ha tenuto lontano dal web concedendomi qualche giorno per ricollocare le idee... per incorniciare freschi ricordi, sbollire fremiti, riordinare emozioni.
Will Oldham è passato di qua ed ha lasciato il segno. Ancora una volta, ancora di più. Se ormai non fa più notizia la sua produzione vulcanica, ciò che sbalordisce è la capacità di rigenerarsi e fare sue nuove situazioni ampliando l’aura che circonda la creatura Bonnie Prince Billy, facendo di quest’uomo una sorta di guru musicale post-moderno che crea nuovi proseliti ogni volta. La conferma lì, solo pochi metri dai nostri occhi, immersi in quel suono ammaliante che ha sedotto tutti i presenti.
Un primo generoso consenso alla scelta assai curata della band, a partire da Michael Zerang alle percussioni (sì, avete letto bene, percussioni)... un omone capace di trasportarci sul suo tappeto volante dal midwest alle terre d’oriente. Poi Josh Abrams a battere il legno caldo di un contrabbasso, la grazia muliebre del violino di Jennifer Hutt e la preziosa acustica di Emmet Kelly. Questi ultimi due protagonisti di morbide seconde, terze voci che si rincorrevano consonanti seguendo l’estro dell’attore principe.
E poi Will Oldham, presente e vivace come poche altre volte. Fiero custode di radici strappate ad una tradizione folcloristica dalla quale allontanarsi con fughe estemporanee, per uno sguardo diverso sul mondo. Il suo mondo. Riprodotto con singole esecuzioni di altissimo livello, interpretazioni vocali affidate spesso a sensazioni istantanee ed improvvisate. Questo il senso percepito, una continua reinterpretazione di se stesso. Esecuzioni vocali che, come un libero e poco prevedibile flusso di coscienza, fanno di ogni suo concerto un opera d’arte, un pezzo unico ed irriproducibile.
Un’esperienza capace di segnare nel vivo, di scuotere con brividi freddi a scorrere lungo schiene sudate... quando il contorno perde d’importanza, e con lui la scaletta, la durata, il luogo, la stanchezza. Quando, alla fine, rimane solo il ricordo del miglior concerto visto quest’anno, e tante belle foto a ravvivarne il colore.


(the pics are a visibile sign of her own… thanks to ele)

12.6.08

bonnie prince billy

Ecce Bonnie! Lie Down in the Light: una sorpresa a tutti gli effetti. La sua uscita in sordina è stata un evento sommerso destinato a generare un onda lunga di consensi e una lenta risacca fino alla prossima sorpresa. A confronto The Letting Go fu una tempesta mediatica -per chi si fosse perso gli imperdibili web-spot: episodio 1, episodio 2 ed episodio 3- mentre questa copertina azzurra a tinte caran d'ache è comparsa nei negozi come d’incanto senza che molti ne sapessero nulla. Tutto ciò, se vogliamo, è solo contorno. La sorpresa, quella vera, arriva ai primi ascolti… perché se dopo svariati album si trova ancora spazio per canzoni che hanno un respiro nuovo, diverso, c’è veramente di che meravigliarsene. Questo è Lie Down in the Light… strizza l'occhio al passato folky dei Palace mentre si avvia ad un futuro più sereno, perché maturo e consapevole e quasi sgombro dalle nubi dei vecchi tormenti: I See a Darkness. Proprio di quell’album -il più scuro di tutti, il più bello di tutti- pare questo esserne la miglior risposta. Una risposta decisa, compiuta e conciliatrice. Lie Down in the Light è meno concettuale del precedente (The Letting Go) e per questo più accessibile perché tutti i brani, nessuno escluso, esprimono una bellezza spontanea ed immediata trasmettendo la loro essenza anche a platee più ampie ed universali. Gran merito alla delicatezza di quel placido sottobosco melodico di corde, fiati e percussioni che accoglie una voce quantomai asciutta, diretta e genuina, mentre ne esalta un’altra negli allettanti duetti con l’ottima Ashley Webber. Ambizioso qui addentrarsi nella descrizione di ogni singolo brano, perché ognuno di essi si ritaglia uno spazio ed un tempo diverso e definito nell’arco dell’ascolto dell’intero album. Per questo grido, sottovoce, al capolavoro... uno di quelli nei quali a turno ogni brano diviene il preferito (del giorno, della settimana, del mese). Perché, si direbbe, ogni periodo ha la sua canzone come ogni campo ha la sua talpa... tanto per citare la mia prescelta di questa settimana (For Every Field There's a Mole).

4.6.08

good seeds

Non sono avvezzo ai grandi palcoscenici, non lo sono mai stato, e la parola rockstar mi procura pruriti diffusi. Ma, se ogni storia comprende anche la sua eccezione, voglio cantare qui le lodi di un grande divoratore di palcoscenici: Nick Cave. Lodi che vanno ovviamente anche ad ogni singolo (storico) componente dei Bad Seeds, a partire da quel satanasso di Warren Ellis. Nel parco della sontuosa Villa Fidelia di Spello (grazie a zazie per la suggestiva foto!), cornice invidiabile per qualsiasi evento, è andato in scena l'ennesimo strepitoso show davanti ad un pubblico meno folto di quanto sarebbe stato lecito attendersi (tanto per cavalcare una giusta polemica). C’è stato di che dimenarsi perché il buon vecchio Nick, a cinquant’anni suonati, pare avere l’impetuoso entusiasmo di un ragazzino. Il progetto Grinderman e l’ultimo Dig!!! Lazarus, Dig!!! hanno dimostrato in tal senso una meritevole intenzione di rimettersi in gioco. Di conseguenza il concerto, al di là delle preferenze per il repertorio che l’ormai trentennale carriera di Nick Cave può offrire, ha sommerso di entusiasmo tutti i presenti lasciando quel genere di soddisfazione tipica dell’aver assistito ad un grande evento. In scaletta l’ultimo album l’ha fatta da protagonista, come auspicabile, insieme ai grandi classici incastonati qua e là: da Deanna a the Mercy Seat, passando per Red Right Hand (che gran pezzo universale!). Nel lungo bis le special requests, ottime perché veramente improvvisate, hanno svelato il cuore tenero dei fans (me compreso, anche se la parola fan genera ulteriori pruriti!): Into My Arms, Let Love In, Straight To You. Il gran finale affidato ad una memorabile e contorta interpretazione di Stagger Lee. Due ore molto abbondanti di spettacolo e la netta sensazione che la voce di Nick Cave sta invecchiando come un buon vino in barrique. Keep on walking, Lazarus!

26.5.08

smog

E' una sciocchezza ma fatemelo scrivere, in fondo ci tengo: io l'ho sempre chiamato Smog, e non gli Smog. Sempre e solo una mente dietro quel monicker che dal dodicesimo album ha un nome ed un cognome, per tutti, ma non rinnega il suo passato. Anzi lo rivaluta… la grande conferma sabato scorso al Bronson. Bill Callahan non ha scordato il suo vecchio nome, il suo significato dalle sfumature farraginose, ed ha portato in scena una versione tanto imprevista quanto imprevedibile della sua opera. Come ho scritto a seguito dell’educata penna di Borguez, non bisogna dimenticarsi da dove Bill è venuto... non bisogna dimenticare quelle sghembe composizioni da menestrello incompreso perchè in esse si può trovare la chiave di questa favoletta. Il brutto anatroccolo che diventa il crooner più apprezzato del nuovo millennio. Sta andando veramente così e me ne compiaccio assai, ma intanto lasciamolo anche (farci) divertire non caricando la sua musica di eccessive responsabilità.

Ero qui per parlare del concerto, ma continuo a deragliare... mi è difficile descrivere cosa rappresenta questo personaggio per me. Ora mi sovviene un'immagine, tra le tante: rappresenta migliaia di passi solitari sotto infiniti portici dall'intonaco annerito, un paio di auricolari e le atmosfere dimesse di Dongs of Sevotion. Per fortuna una cronaca genuina e divertente del concerto la trovate qui. E ringrazio l'autore per la scaletta, tra le mille emozioni avevo pure dimenticato il prezioso attacco di Teenage Spaceship! Di lì quello che difficilmente ti aspetti, un concerto colmo di elettricità e pregevoli momenti di madido pathos. Mi dispiace per chi si aspettava archi ed usignoli, io la quintessenza di Bill Callahan l’ho trovata anche tra queste esecuzioni sudate e polverose, di un’intensità emotiva impareggiabile. Non mi dispiaceva non essere seduto a teatro, ho apprezzato il fare schivo e la scomodità di quel personaggio come fosse cosa mia. E così sono andato avanti totalmente assorto ed incredulo per quella scaletta assolutamente non scontata che è stata forse uno dei motivi per cui ho amato questo concerto in maniera quasi malsana. Le circostanze lo hanno imposto ed io ne ho goduto. Dirò di più, checché se ne dica, ho visto il Nostro trovarsi suo agio in quell'atmosfera rovente che lui stesso aveva contribuito a creare. L'ho visto sorridere e addirittura concedersi a pose ed abbozzare balli, cose che quella statua marmorea all'ATP non si permise... questi due concerti a confronto sono come mondi distanti e diversi che gravitano attorno a quel vocalismo incredibilmente magnetico. Faticherei ad esprimere una preferenza tra i due. Intanto attendo di scoprire altri mondi ed altri concerti e mi figuro, che ne so, un unplugged in riva al mare. Perché assistere ad un concerto di Bill Callahan da queste parti era il mio sogno e mi pare lecito, esaudito questo, pensare al prossimo.

(le belle foto sono di Adele, che ringrazio)

22.5.08

gigs

il Pulpito del nuovo corso vuole vestire abiti informali ed essere anche taccuino, agenda, post-it, flyer, reminder, foglietto volante che quando lo cerchi non lo trovi mai. Insomma un immaginario pezzo di carta sul quale appuntare e segnalare tante cose. Visto il periodo straordinariamente ricco di eventi musicali, vediamo di fare ordine tra tutti questi foglietti… la seguente più che una serie di consigli è una lista della spesa, ovvero sono i concerti che il sottoscritto non si lascerà sfuggire:
  • venerdì 23 maggio – SIX ORGANS OF ADMITTANCE + Comaneci @Bronson, Ravenna.
  • sabato 24 maggio – BILL CALLAHAN + Alasdair Roberts @Bronson, Ravenna
  • lunedì 26 maggio – EXPLOSIONS IN THE SKY + Eluvium @Estragon, Bologna
  • martedì 27 maggio – BLACK MOUNTAIN @Hana-bi, Marina di Ravenna
  • mercoledì 28 maggio – WHY? + Banjo or Freakout @Locomotiv, Bologna
  • giovedì 29 maggio – LIARS + Punck @Bronson, Ravenna.
  • sabato 31 maggio – NICK CAVE & THE BAD SEEDS @Villa Fidelia, Spello (PG)
  • lunedì 16 giugno – BONNIE ‘PRINCE’ BILLY @Bronson, Ravenna

e, come suol dire l’organizzatore della maggior parte degli eventi di cui sopra (mi si perdoni il linguaggio veltroniano), more to come… nella fattispecie more si trasforma in the most… perchè qua si tenta l’assalto ai biglietti per Tom Waits a milano. Incrociamo le dita.

19.5.08

cannes '68

Io nel '68 non c’ero, e questo è il primo motivo per non tentare di parlarne... ma visto che spesso ci piace esser vittime di ricorrenze ed anniversari non posso non appuntare quanto segue.
E’ tempo di Festival di Cannes. Tra novità interessanti (
Gomorra pare aver fatto breccia) e le solite non notizie che attirano i media (ma quant’è bella la Bellucci, ma quant’è bella la Bellucci), il più in forma sulla Croisette sembra essere il grande Manoel De Oliveira (cent’anni a dicembre, come l’Inter). Chapeau. Ma torniamo alle ricorrenze: esattamente quarant'anni fa si chiudeva anzitempo la ventunesima edizione del festival francese.
Le celebri sommosse studentesche che avevano paralizzato la capitale pochi giorni prima non tardarono a far sentire la loro voce anche sulla passerella della Francia bene… quale miglior tempio
gollista da demolire! E se da un lato alcune violenze a Parigi parevano solo fatti vandalici gratuiti, dall'altro le parole di protesta dalla bocca di quell’ometto pacato che era François Truffaut amplificavano a dismisura il messaggio.
Solo un paio di giorni prima, in un atto di autocritica, sui Cahiers du cinema si leggeva l’ambizione "di trasformare il sistema e le condizioni nelle quali il cinema francese si è chiuso fino a trovarsi tagliato fuori dalla realtà sociale e politica". Ancora più severo l'esame di coscienza che un infervorato Jean-Luc Godard esponeva ad una tumultuosa platea in tale occasione: "siamo in ritardo". Il cinema francese era in ritardo nell'affrontare gli scottanti temi sociali che agitavano giovani coscienze in quel maggio cantato anche da De Andrè. Da qui l'atto di solidarietà dei due registi: la presa di posizione, fisica, di quel palco sul quale stavano per cominciare le attese proiezioni ufficiali... seguirono momenti di tensione e risse più che sfiorate: cronache non documentate dal video di cui sotto (reperito dal sottoscritto con non pochi artifizi!) parlano di Truffaut spintonato a terra e di un ceffone volante sulla guancia di Godard... il quale non porse l'altra, neanche verbalmente: "Si parla di solidarietà con gli studenti e gli operai, e voi mi chiedete di parlare del primo piano... siete degli stronzi!".
Milos Forman fu il primo ad appoggiare la protesta ritirando il suo film in concorso, seguito poi da Claude Lelouch e da altri registi. Di seguito anche componenti della giuria come Louis Malle, Monica Vitti ed uno scettico Roman Polański decisero di ritirarsi. Il giorno dopo, per bocca del presidente e storico fondatore del Festival Robert Favre Le Bret, la ventunesima edizione venne chiusa senza proiezioni e premiazioni. Era il 19 maggio 1968.


14.5.08

castanets

Questa è la storia di Raymond Raposa e di straordinari malesseri diffusi. Non tutta la storia invero, solo l’ultimo capitolo: In the Vines, uscito lo scorso anno per Asthmatic Kitty.

“the album he was struggling to complete is based on a Hindu fable about being trapped in an inescapable fate, with death and the limitations of our physical lives closing in from all corners. The story is half of the inspiration for In The Vines. The other half is the wandering that's typified most of Raposa's life.”

Lasciando perdere le menate induiste, è degli scorci di vita vissuta ispiranti il progetto Castanets che mi voglio occupare. Se Cathedral (Asthmatic Kitty, 2004) offriva tali scorci in maniera più appariscente, In the Vines è disco di più basso profilo, ma certo più omogeneo e composto nella sua straordinaria capacità di mostrare tutta una serie di mondi celati sotto musiche all’apparenza scarne ed essenziali. E lo fa, rispetto al precedente, con grande merito: senza alzare ritmi e soprattutto volumi. L’album, infarcito qua e là da incantevoli backing vocals femminili che smussano gli spigoli, si presenta da sè dopo pochi secondi: Rain will come mostra tutti gli attributi di un songwriting dolente, mentre la voce acre e pungente si perde in un rumore bianco che inquieta i timpani. Poi attacca This is an Early Game, e qui bastano un paio di secondi per mandarmi in brodo di giuggiole. Inserita di diritto in the Pulpit Playlist, è un episodio che eleva Raposa al livello del guru Will Oldham, ed alle essenziali opere dei Palace... devo aggiungere altro? Segue la fragranza di Westbound blue che, col suo sentore di malinconia paradossalmente scanzonata, è capace di attaccartisi addosso e non andarsene per ore e giorni (o anche di più: sono settimane che la vado canticchiando), mentre i rimandi tribali delle percussioni di Strong Animal, episodio tanto fosco quanto esotico, costituiscono senz’altro una delle maggiori sorprese del disco. Sorprese che proseguono con le contaminazioni electro-minimal di Three Months Paid che dilatano le atmosfere e regalano respiri più leggeri. The night is when you can’t see si trasforma in una ballata che pare essere scritta per il Mark Lanegan di Field Songs, prima che l'epilogo sia affidato al battito di una drum machine che colpisce al cuore... And the Swimming infatti ci benedisce (“take you softness one time, and let it blemish”) e ci lascia la speranza che una piacevole risalita dal fondo è possibile.

7.5.08

berlin

Welcome back, si fa per dire. Torno a scrivere senza alcun cerimoniale. Scrissi: "il Pulpito chiude qui. Chiude per il riaprire un giorno, forse, chissà, non si sa, non importa". Ecco, quell'incognito giorno è arrivato! intanto ho avuto almeno il buon senso di cambiarmi d'abito (spero che il nuovo layout riscuota consensi). Dunque, appena tornato da Berlino, ricomincio dal seguente video... la cui visione è fortemente consigliata!

video
audio: Nick Cave & the Bad Seeds - He wants you
video: Der Himmel über Berlin - Wim Wenders

Vedere l'immagine di Peter Falk barcollante per le strade di Beverly Hills, trasandato negli abiti e nei modi, mi ha intenerito ed un po' commosso. L'immagine strideva col ricordo dell'oculato (mi si perdoni la freddura) tenente che vagava per le vie di Berlino nel celebre film di Wim Wenders. indimenticabile. E' la stessa Berlino che sono andato a cercare. Quella che, sotto lo stesso cielo, cambia volto come una città di cartapesta. Così la tabula rasa di Potsdamer Platz è divenuta un plastico gigante sul quale bizzarri architetti si sono divertiti a far sparire ogni orizzonte, mentre in mezzo alla piazza pezzi di muro (quel muro, con tanto di didascalie annesse) si fanno piccoli ed imbarazzati. Berlino, in questa come in ogni cosa, è l'emblema del contrasto. E' Potsdamer Platz e anche, soprattutto, il suo contrario: un fitto intreccio di culture e sub-culture che arrivano da lontano, di rincorsa. La città, da questo punto di vista e non solo, è immensa. Lo è ancor di più quando viene voglia di infilarsi in ogni cortile di ogni palazzo per ottenere sempre una sorpresa diversa. Posti come l’Eschschloraque e soprattutto il Tacheles dimostrano che il fermento creativo parte dal basso degli scantinati e può avere una spinta devastante. Berlino, grazie al dinamico equilibrio dei suoi grandi contrasti, funziona come un orologio al cesio. Come a dire che dal caos alla perfezione il passo è breve.
Questa vuol essere solo una cartolina poco presuntuosa perchè la città, per la sua immensità culturale, è difficilmente raccontabile. Ancora più difficile è spiegarla... se tu ti muovi nella direzione di comprenderla, la città si muove più veloce di te. E’ una bella sfida e ci vorrebbero mesi per venirne a capo, pochi giorni è un tempo non sufficiente. Certo, anche Wenders per girare il suo capolavoro ha avuto poco tempo. ma tant'è.

13.1.08

Story of a slow blog...

Blogger ergo sum? - intro.


Slint, bio. - musica: mini biografia SLINT.

U R there - musica: MONO, You Are There.

Reverse Eclipse - musica: GEOFF FARINA, Reverse Eclipse.

Bernard & Travis - racconto: Taxi Driver e la sua colonna sonora.

There’s no angel like you - musica: HOWE GELB, ‘Sno Angel.

Giorno delle memoria - viaggi/ricorrenze: AUSCHWITZ.

Road to L. - cinema/doc: H.P. Lovecraft, ipotesi di un misterioso viaggio.

1967 - racconto: il free jazz e la New Thing.

1996 e dintorni - musica: c'era una volta l'emo-core.

Songs for a blue guitar - musica: RED HOUSE PAINTERS.

Angst Essen Seele Auf - cinema: RAINER WERNER FASSBINDER, la paura mangia l'anima.

Per Sport - sport d'altri tempi: DJAMOLIDINE ABDOUJAPAROV.

Sophia - musica: omaggio ai SOPHIA.

Excuses for Travellers - viaggi: l'IRLANDA e la SCOZIA.

New Thing at Pulitzer - musica: ORNETTE COLEMAN, sound grammar.

ATP - musica/live: diario scritto a 4 mani ALL TOMORROW'S PARTIES 2007.

Black pony in a cold place - musica: BLACK PONY EXPRESS, love in a cold place.

Lee Perry, the Upsetter - musica: mini biografia LEE 'SCRATCH' PERRY.

Agosto MMVII - viaggi: FILACCIANO e altre meraviglie.

Serie di batti e ribatti - sport d'altri tempi: le radiocronache calcistiche.

Lu Salentu - viaggi/lavoro: la costa jonica salentina.

Rex, 3 - musica: REX, 3.

Mirupafshim, Vlorë. - viaggi/lavoro: la terra delle aquile.

il Sergente - teatro civile: MARCO PAOLINI è il Sergente nella Neve.

the body is warm - musica: VIC CHESNUTT, North Star Deserter.

Ascanio Celestini - teatro civile: incontro con ASCANIO CELESTINI.

Vita da Bohéme - cinema: AKI KAURISMAKI e le coincidenze.