9.7.09

Howe Gelb @Hana bi

Se non ho contato male, se non ne dimentico nessuna, sono sette. Sette le volte che ho visto Howe Gelb dal vivo comprese le apparizioni con Giant Sand e Sno' Angel. Sette volte e credevo di sapere a cosa andavo incontro, mi illudevo di conoscere il copione, ma non avevo fatto i conti con Howe.

Una di quelle serate che fanno d'una estate una bella estate: sedie all'aperto, sabbia e dune, stelle e luna piena vecchia di un giorno. Quella sorta di cerimoniale perfetto proposto dall'Hana Bi (per l'occasione complice Strade Blu) al quale, stavolta sì, sono piacevolmente abituato.

La rincorsa ad Howe parte all'ora di cena con i Comaneci in modalità alt version (Francesca e Glauco) e prosegue, tanto per gradire, con un notevole trio meticcio formato dagli Slummers (Dan Stuart dei Green on Red e JD Foster) e Diego Sapignoli alla Batteria.

Ecco, un plauso speciale, un complimento personale, va a Diego. Uno che non è nato a Tucson, Arizona, bensì nel cuore della Romagna. Uno che, tirato per la giacchetta dai tre americanoni (Howe lo richiamerà on stage per un paio di pezzi), ha saputo esprimersi con estrema classe, tatto e sensibilità. Proprio le caratteristiche che contraddistinguono il suo modo di suonare nei suoi numerosi progetti (sono certo che nell'elenco ne manca qualcuno!). Intanto Howe, appollaiato sulla duna come un berbero solitario, si gode lo spettacolo col cappello ben calato in testa, in attesa del suo turno. E quando arriva non ce n'è più per nessuno. Comincia sgranocchiando note al piano per poi passare alla chitarra. Prosegue facendo la consueta e deliziosa spola tra i due strumenti ed armeggiando il più micidiale di tutti, la sua voce. Non lo posso raccontare qui, cos'è la voce di Howe Gelb... se ci riuscite fatelo voi.

Sotto alle burla di effetti vocali ed uscite irresistibili - "no thanks, it's not jazz, it's not jazz..." all'applauso dopo un virtuosismo durante un brano - è la musica a fare sostanza. E ce n'è talmente tanta da farne venire fuori un concerto importante, perchè Howe è tremendamente ispirato e deciso a sfoggiare tutto il suo talento d'un Dylan deragliato in età precoce. Ci riesce come poche altre volte, e lo fa pescando a caso nel suo repertorio regalandoci le sue eterne rivisitazioni di perle quali Paradise here abouts, Shiver e, appunto, Stranded Pearl. Da solo tiene in piedi un teatrino affollato sul quale è sceso un silenzio religioso, quasi sacrilego, visto il personaggio. Uno spettacolo assolutamente coinvolgente e gustoso, capace da solo di dare un senso ad una stagione, ad un luogo, ad un certo tipo di musica suonata in un certo tipo di contesto. Allora non rimane che un augurio... See you next summer, Howe.


(grazie Adele per le foto!)

28.6.09

The Limits of Control

di Jim Jarmush (2009)


Questo film è la storia di un Volto.
Anzi. I veri protagonisti sono due zigomi molto sporgenti. Quelli di
Isaach De Bankolé, nuovo attore feticcio di Jim, già gelataio in Ghost Dog.
Jarmush rimane un musicista e The Limits è la partitura di una vicenda umana, irrilevante e fondamentale assieme, come tutte le storie di cinema.
Jarmush è un pittore, anche. I suoi studi cromatici sono i più eleganti degli anni zero.
Pochi dialoghi (1000 parole in tutto?). Almeno 4 lingue diverse (finiranno nel tritacarne del doppiaggio italiano). Ma i protagonisti si capiscono lo stesso. La complicità è trasmissione cuore-a-cuore e non sintassi.
Jarmush si rivela -in ultima analisi- un asceta anarchico.
Il suo protagonista non rispetta le leggi.
Ha la propria norma interiore:
Solitudine, dedizione alla causa, rinuncia a se stesso.
Per far saltare il controllo ed i limiti che questo impone.

If you only watch one movie this year, get this one.

18.6.09

Cineforum Volonté

Bene, sembra che sia arrivata la stagione delle proiezioni sotto le stelle... stelle custodi d'una manciata di sedie in legno sparse per l'aia d'una casa di campagna. Il luogo è noto. Lo è almeno a quelle persone dalle quali ho ricevuto domande che hanno tradito una certa attesa... mi ha fatto piacere, sarebbe bastata la mia.
Quest'anno ho scelto di incontrare il signore qui accanto. Tutto facile, mi ha convinto lui stesso con le poche parole che seguono... alle quali non credo di dover aggiungere altro.

Io accetto un film o non lo accetto in funzione della mia concezione del cinema.
E non si tratta qui di dare una definizione del cinema politico, cui non credo, perché ogni film, ogni spettacolo, è generalmente politico.
Il cinema apolitico è un'invenzione dei cattivi giornalisti.
Io cerco di fare film che dicano qualcosa sui meccanismi di una società come la nostra, che rispondano a una certa ricerca di un brandello di verità.
Per me c'è la necessità di intendere il cinema come un mezzo di comunicazione di massa, così come il teatro, la televisione.
Essere attore è una questione di scelta che si pone innanzitutto a livello esistenziale:
o si esprimono le strutture conservatrici della società e ci si accontenta di essere un robot nelle mani del potere, oppure ci si rivolge verso le componenti progressiste di questa società per tentare di stabilire un rapporto rivoluzionario tra l'arte e la vita.

Gian Maria Volonté, 1984


il programma:

  • venerdì 26 giugno - Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (di Elio Petri, 1970)
  • venerdì 10 luglio - La classe operaia va in paradiso (di Elio Petri,1971)
  • venerdì 24 luglio - Il caso Mattei (di Francesco Rosi, 1972)
  • venerdì 7 agosto - Porte aperte (di Gianni Amelio, 1990)

5.6.09

votare


Ora ti dico quello che so io. Fermami quando coincide con quello che sai tu.

Queste elezioni non contano un cazzo. Scherzo. Contano un sacco per stabilire un equilibrio, o un disequilibrio (che poi è la stessa cosa). L'ultima volta che sono stato a votare, il popolo della sinistra era chiamato a una dura scelta -quella a cui tutte le democrazie annoiate di questa terra prima o poi hanno dovuto fare fronte. Vale a dire smettere di opporre resistenza, smettere di fare coalizioni dopo i risultati, tappare il naso e votare PD o PDL, o nell'accezione idealtipica della cosa accettare un sistema bipartitico ed il necessario convergere al centro delle forze politiche che in esso competono, contribuendo in maniera attiva riducendo il gap ideologico tra le parti ed isolando gli estremi. Oppure non tener conto di tutto ciò e continuare con il vecchio sistema, detto anche vai dove ti porta il cuore. Conoscevamo i rischi, ce ne siamo fregati. A destra vanno via più tranquilli, non si cagano troppo il fatto che statalismo e federalismo marcino assieme -in effetti di questi tempi esistono problemi più ficcanti- e hanno una loro sorta di rispettabilità congenita che insomma, ha un certo qual che di scioltezza. Noi protestiamo in piazza contro le leggi che abbiamo votato il giorno prima.


Nota di servizio: il blog che stai leggendo è a maggioranza qualificata di sinistra. Te ne fai qualcosa? Diego è sinistra, PWG è sinistra. Degli altri ospiti non so che dire.


E insomma, così. questo non è un post elettorale, è più la storia di una QUASI quindicina d'anni di elezioni condensata in un sacco di righe che ho deciso di non scrivere. Finita la storia, e tenuta ben salda nella mente la morale della stessa, propongo di fare qualcosa di innovativo e vintage allo stesso tempo: VOTA IL PIGMENTO.


Vota Il Pigmento funziona così. Le sinistre hanno perso, sta scritto, è storico, va bene, è giusto e bla bla bla. Entri nel seggio, cerchi il pallino più rosso che c'è sulla scheda e gli tiri due righe sopra. Esci, prendi una sbronza e decidi di "aver mandato un segnale". Niente mortadella in mezzo alla scheda e inviti a magnarsela, niente Dario Franceschini, niente di niente. Dalla prossima volta contribuiremo al sistema elettorale in vigore inasprendo il gap e marciando dritti verso la grande vittoria -che non arriverà.

19.5.09

ATP 2009

Mentre chiudo nel cassetto ogni velleità giornalistica e prego che il dio della sintesi conceda la sua intercessione, provo ad abbozzare un resoconto. Sarà comunque impossibile convincere qualcuno del fatto che l’ATP a Minehead sia il miglior festival musicale d’Europa (è vero, è anche l’unico al quale ho partecipato… ma diffidate da questa considerazione, puzza di banalità).

I motivi di questo primato sono complessi e censurabili dal dio della sintesi (ne fu indenne il post del 2007). Senz’altro spicca il fatto che il numero chiuso fa dei suoi avventori e dei musicisti una sola comunità, isolata dall’universo non solo geograficamente. Così un giorno giochi a bowling con Yann Tiersen, l’altro accresci l’ego deficitario del cantante dei Bronx comprando le sue magliette per pochi pounds. e così via. Last but not least, con l’avvento di festival mangiatutto come il Primavera Sound l’ATP è diventato non più cool… e, ben si sa, uncoolness is the new coolness.

Poi ci sono i concerti… suppongo di essere andato per quelli, anche se non ne sono certo. Alcuni li ho saltati perché la fantastica compagnia di maschioni (I love you, simbolo del cuoricino) offriva di meglio, altri non mi interessavano, altri ancora non li ho commentati e magari qualcuno lo farà per me in appendice.

Degni di nota, con tanto di voto (assolutamente personale) e in attesa di foto decenti, i seguenti concerti in rigoroso ordine cronologico:

Giant Sand - suonano nelle fasi di riscaldamento di una partita che poco gli interessa, proprio per questo cazzeggiano in maniera sublime (6.5)

Yann Tiersen - avere una certa età e diventare la sorpresa (oltre che l'uomo ovunque) del festival non è cosa da poco. Suona inaspettatamente e maledettamente post-rock, e lo fa con tutta la sua classe (8)

Pit er Pat - in 2 anziché 3. Lei, Fay Davis-Jeffers, è alquanto impastata. di contro Butchy Fuego è assolutamente omen nomen. Rimangono leggermente deluse le aspettative (6.5)

Bon Iver - suo malgrado sta meglio tra la gente che in mezzo alle foreste. Ricordando il selling point del suo album gli si potrebbe dare del millantatore. Però non ci dispiace ed ha una band che suona forte (due batterie?!?), alla fine il concerto è godibile (6.5)

CSS – Imbarazzanti, non solo per l’allestimento del palco centrale con palloncini colorati, ricchi premi e cotillons. Un punto in meno alle Breeders per averli invitati (4)

Th' Faith Healers – un album nel ’92 (prima uscita della Too Pure), sciolti nel ’94. La bio dice “noisy and hypnotic grooves, noisier than the similarly sound-for-sound's-sake My Bloody Valentine and more driven than their new labelmates Stereolab”. La bio dice bene (7.5)

Wire – Drittissimi, ma avevo l’udito malconcio dal concerto di cui sopra e ho resistito due pezzi. Voto sulla fiducia (di un concerto visto pochi mesi fa) (7)

The Breeders – senza temere che nessuno mi prenda a maleparole, non sono mai state la mia tazza di tè. Fanno il loro caro compitino ma visto che la matematica non è un’opinione si beccano un bel (5)

Shellac – Steve Albini, Bob Weston, Todd Trainer. Il dio della sintesi parla inglese e dice: BEST ROCK BAND EVER. Mi hanno insegnato che il voto dieci non si può dare, ma io non ho ancora capito il perchè (9)

Zach Hill – Va bene, alla batteria sei un fenomeno e magari, che ne so, hai anche un cazzo lunghissimo. però dovresti pure mettere in conto che a qualcuno il tuo onanismo strumentale potrebbe anche risultare fastidioso (5)

Holy Fuck - Uno al basso, uno alla batteria, gli altri due a smanettare su tavoli ben imbanditi. Nel cuore della notte saltavano proprio tutti, e saltavo anch’io. Spassosissimi (8)

Dianogah – conferma quadratissima, di questi tempi la gente di Chicago va forte. avevano come fonico Bob Weston, per dire. E pare che Steve Albini durante il loro concerto abbia addirittura inarcato il sopracciglio destro (8)

Deerhunter - il fatto che Bradford Cox dal vivo sia quasi più brutto di Gregor Fucka non influisce sulla prestazione e sul voto, i Deerhunter dimostrano di non essere il frutto vanesio di una moda musicale ma una band con le spalle più larghe del previsto (7.5)

Gang of Four - a parte che bisognerebbe chiamarli Gang of Two visto il grado di autenticità del quartetto base (la considero una reunion più posticcia di altre), la bellezza di un disco come Entertainment! rimane inalterata ed ascoltare dal vivo suonare (bene) certi pezzi può essere emozionante (7)

Foals – Spaccate. Spaccate un sacco… ma hey!!! di sopra stanno suonando gli Shellac per la seconda volta!!! ciaociao (7.5)

6.5.09

a ciascuno il suo

Qual’è il vostro film più amato negli anni zero?
Io non ho dubbi. Gegen die Wand (lett.: Contro il Muro) mi rubò il cuore in una serata di Aprile. Era il 2004. Il film aveva tutto per fregarmi. La storia di un Amour Fou al contrario. Giovani immigrati messi spalle al muro. E l’elegia dell’amore che salva, a prescindere. Anche dovesse finir male.
Amburgo, sala di attesa di un ospedale pubblico.
Sibel e Cahit sono due disperati all’ultimo stadio. Non più turchi, mai diventati tedeschi per davvero. Si conoscono nel reparto tentati suicidi. Sono entrambi in fuga violenta dall’esistenza e dalle convenzioni. Ed invece si amano, si salvano e si lasciano. Poi si ritrovano. Le loro (non) vite sono cambiate per sempre. Sullo sfondo -eppure mai così protagonista- il post-punk.
Ma Gegen die Wand è anche un affresco vivido di questi anni senza appartenenza. Persino i turchi di Germania ti odiano più dei tedeschi, se non accetti le loro regole. E allora meglio fare rotta verso Istanbul e le sue canzoni tristi.
Se non rimanete travolti dal lirismo (io ci sono andato sotto), la seconda parte del film rivela qualche scelta facile, forse. Ellissi di comodo, silenzi assolutori… Ma è il mio film degli anni zero, non necessariamente un capolavoro.
Eppure.
Eppure dico a te, piccolo mercante italiano. Vuoi fare due soldi sfruttando le gabbie mentali dei compatrioti? Bene. In fondo vivi nel paese di Papi e Veronica. Si può.
Per te Sibel è lì solo in quanto moglie? Padrone di pensarlo.
Però il titolo La Sposa Turca usalo per una maledetta fiction preserale…
Gegen die Wand è come un grido. Non bastano gli sforzi dei bigotti a soffocarlo.

9.4.09

"Go there and get it. they're called RECORD STORES" (Steve Albini)

di Kekko


Negli anni ottanta andava pesantemente di moda un lemma poi -fortunatamente- svanito dal linguaggio popolare: consumismo. Non so esattamente cosa volesse dire, ma all'epoca lo sapevo -corsi e ricorsi, cose che ti dicono, cose che accetti, la metodologia è venuta molto dopo. Negli anni ottanta andava pesantemente di moda anche un'altra cosa, vale a dire comprare i dischi. Ancora in vinile, più che altro. O in cassetta. O in CD, la novità del decennio che fece piazza pulita negli anni dopo. In un caso o nell'altro la questione era che andavi nel negozio e compravi un disco. Con questa dinamica, se vogliamo un po' anale, se ne sono andati via i miei primi cinque anni di consumo musicale. Entri, esci, torni a casa e lo ascolti. Verso il novantacinque imparai una verità piuttosto scioccante, specie se messa a confronto con quella precedente. Un negozio di dischi serio consta di qualche migliaio di titoli, uno stock che potrebbe competere in quantità con qualsiasi collezione privata, e il disco che sei entrato per cercare non è l'unico disco che potresti volere. Non ditelo alla mia versione all-GnR di quegli anni. Hai l'ultimo disco di Fatboy Slim? No, ma senti 'sto coso dei Freestylers, te lo metto in cuffia. Bomba. Trentaseimila lire (oggi costerebbe venti euro, l’unica merce rimasta a cambio quasi-pari dopo dieci anni d’inflazione e l’entrata nell’Euro). In centro a Cesena c'era un negozio il cui gestore non aveva grossissima cognizione in merito alle nuove tendenze del rock, ma consigliava gruppi dal nome simile. "Hai gli Helmet?" "No, ho gli Helloween." "Ah."

E via di questo passo. Non potrei dirmi un collezionista di dischi. Dovresti vedere come cazzo li tengo. Mi potrei dire un compratore di dischi in offerta o uno spulciatore di scaffali da negozio o un feticista generico. Per qualcosa come dieci anni i miei acquisti discografici sono stati il principale viatico alla ricerca della mia realizzazione come essere umano di sesso maschile. Come si compone una perfetta collezione di dischi? 80% musica rock, 50% melodica, almeno un 20% elettronica, almeno un 10% hip hop, 40% crossover e meticciati di qualsiasi tipo, un buon 50% di musica roots in ogni forma e fattura, 20% di dischi che potrebbero piacere a una ragazza, un buon 15% di album sintonizzati con lo zeitgeist del periodo per quanto possa essere patetico od orripilante, 12% musica nera, 6% di roba che serva a sopravvivere ad una conversazione in merito alla musica con qualcuno delle mie parti (tipo fuzztones o simili), 8% del nord europa... Virtualmente impossibile, insomma. Continuo a comprare dischi per i motivi più disparati: un giorno sono fuori casa e decido che ho troppo poca IDM da ascoltare, me ne vado a comprare tre dischi Warp, poi ci ripenso e ne prendo due Warp e una roba su Mego, giusto per gradire. I miei ascolti IDM si riassumono in qualcosa come dieci dischi; togliendo Autechre ed AFX possono ridursi a tipo due. E via di questo passo. Ci sono dischi che ho pagato venti euro e mai ascoltato per intero (tipo Freestylers), o cose che ho comprato per suonarli a qualche party nonostante io non abbia mai organizzato un party in vita mia.

Come tutti sono rimasto piacevolmente colpito dall'idea che si potesse scaricare una canzone della quale non sei in possesso quando arrivò Napster. Poi Napster naufragò e si passò ad Audiogalaxy, poi Winmx Kazaa Emule e tutto il resto, mamma chioccia Slsk e poi gli m-blog e tutto il resto. Lo capisco perfettamente, lo incoraggio per certi versi: ascoltate la musica. Da un'altra angolazione comprendo anche il messaggio di una distro online che ti spara un'offerta sui dischi di Wilco a tre euro al pezzo e tutto quanto il contorno: la rivoluzione, il messaggio, nessun gruppo indie potrà più dire di essere passato major "per fare arrivare la propria musica a tutti", dato che a quello ci pensa già Myspace. Il trionfo dell'ascolto a trecentosessanta gradi, il trionfo di chi vuole dischi a basso prezzo, una nuova visione delle cose del mondo. Come la metti la metti, esiste una sola ed unica categoria che nella rivoluzione/restaurazione del mercato discografico se l'è presa su per il culo, ed è quella a cui apparteneva il tizio che mi voleva spacciare gli Helloween al posto degli Helmet, ora probabilmente impiegato a consegnar posta al negozio di abbigliamento che sta dove una volta stava il suo spaccio di dischi.

Qualcuno potrebbe senz'altro dire che è il karma, qualunque cosa sia il karma per voi: cristo, sono d'accordissimo. Mia madre in tempi recenti ha regalato un CD al fratello e ha scoperto che uno degli N pezzi di plastica che tengo in camera può costare una ventina di euro. Ha fatto una moltiplicazione e meditato in merito al prendermi a calci in culo per aver dissipato il patrimonio di famiglia. Non le ho spiegato la questione dei promo, dei dischi in offerta, del prenderne tre ad un concerto nè niente: c'è una raccolta (live e demos) degli Eyehategod che si chiama 20 years of abuse (and still broke).

La questione è un'altra: la passione viscerale per la musica rock ha molte incarnazioni, ma l'unica che ha un senso per me è quella che ti porta ad essere un obeso con gli occhiali che entra in un QUALUNQUE negozio di dischi sapendo che uscito di lì avrà speso più di quanto avrebbe dovuto e dovrà saltare un aperitivo o una cena o non prendere in considerazione le scarpe che ha visto, dovrà litigare con la fidanzata perchè non ci sono i soldi per il viaggio a Taipei, dovrà risparmiare ancora un po' sulle scaffalature ed i supporti audio perchè gli costerebbero decine di pezzi in meno nella collezione. Come si dice in Alta Fedeltà, che di tutto questo è il lato inutilmente romantico e celebrativo, il feticista musicale non è diverso da quello porno.

Ai tempi di internet non è facile capire niente del genere: non sai che gioia trovare nel banchetto dei dischi usati qualcuno che si è rivenduto South Of Heaven o un disco introvabile degli Strain (o altri gruppi introvabili perchè giustamente a nessuno verrebbe più in mente di cercarli), o il dolore di vedere nello stesso banchetto un disco che hai pagato a prezzo intero venti giorni prima. Il diciotto aprile, stando a http://www.recordstoreday.com, sarà la giornata mondiale del negozio di dischi, una specie in via di estinzione senza la quale non avrei avuto la vita che ho avuto, e forse neanche Diego. Mollate l'uccello e agguantate le calze, citando il sergente Hartman. Mi piacerebbe vedervi in massa affollare il negozietto sotto casa che non ha ancora chiuso causa crisi, ma molto probabilmente io non ci sarò. Mi sarò speso tutto quel che potevo il giorno prima per non farmi fregare i pezzi migliori da qualche sfigato.

20.3.09

Così lontano così vicino

Che poi -se vogliamo- sapevo già tutto, io.
Al gate del volo Finnair, Fiumicino aeroporto. Una mattina verdastra di due anni fa.
Lo sentivo che stavo finendo a casa del diavolo (Rob Zombie si è fatto un cottage, qui). Notte e ghiaccio sei mesi l’anno. San Pietroburgo al di là del mare. Ed i maledetti dark scandinavi.
Gli amici poi. "St’estate siamo lì".
Di più. Minimo il doppio (bella solo per Monica e Andrea).
A casa di Chris c’è una cartina dell’Europa dove la Finlandia manco compare. Finisce fuori dell’angolo a destra in alto. Gliel’ha rifilata il tabaccaio di Chieti alta. Senza Lapponia e niente punkwithgun.
Nondimeno.
Non. sono. ragioni. sufficienti. queste. per. trasformare.
Helsinki-Napoli All Night Long (1987)
in
NAPOLI-BERLINO: UN TAXI NELLA NOTTE.

9.3.09

Marlowe al paese delle Iene

Era notte, io andavo adelante…

Un paio di premesse:
1. Adoro il Noir. Di più. Vado in trance autistica già quando penso alla sua genesi. Un gruppo di tedeschi (Wilder era viennese ma vabbè) emigra negli Stati Uniti durante gli anni 30. Portano con sé l’espressionismo e i suoi dettami. In poco tempo danno vita allo stile chiaroscurato che definisce un universo. In America i film li chiamano spesso pictures. La fotografia nel Noir è tutto. Un’estetica che diventa etica. La verità sparata 24 volte al secondo. Eppoi l’antieroe, la femme fatale e il destino che non fa sconti…
2. Il Noir italiano non esiste. Punto. Lasciate perdere chi cita Germi o Antonioni. Wikipedia poi. Alla voce Noir, tra titoli americani e francesi infila due film delle parti nostre: Ossessione (Visconti) e Il Conformista (Bertolucci). Cinema di grana fine ma il Noir è un’altra cosa. Come spiegare allora un buco –ehm- nero lungo trent’anni? La storia, anzitutto. Negli anni ’30 i gerarchi fascisti operano una censura pesante. Molti titoli tra i ‘Romanzi Gialli’ Mondadori non vedono la luce. I fondamenti della letteratura e del cinema americano in Italia rimangono sconosciuti. Decadenti e diseducativi. Ma non basta –questo- a spiegare decenni di trasposizioni grottesche. Titolista e pubblico devono essere in sintonia. Solo così il titolo scorretto diventa tradizione. “A noi italiani piace così. Fregare ed essere fregati. In allegria” (cit.). Tutti al cinema, chè la premessa è col botto. Fuochi d’artificio. EmoZioni. Andare, vedere qualcosa che non c’entra una minchia col titolo. Tornare a casa contenti lo stesso. Understatement ed ironia messi nel cassetto. Spazio a cadaveri e sciacalli. Eppoi iene. E jene. In ogni dove.
Olè.



24.2.09

Satana e le mie braci

Storia di un odio lungo 33 anni

L’unica gente davvero interessante sono i matti.
Rainer Werner Fassbinder era uno di loro. 40 film girati in 15 anni. Una sorta di René Ferretti ante litteram. Con la differenza che per Fass valeva spesso la regola del Presto & Bene.
Interviste provocatorie - tonnellate di pellicola girata - l’anti-teatro - i melodrammi radiofonici. Troppa vita per un corpo solo. Fass morì giovane (oddio: più giovane di me…). Lo trovarono nella sua stanza con la sceneggiatura di Rosa Luxembourg accanto. Overdose. L’ultima paglia ancora tra le labbra.
Poi ognuno ha le sue fisse. Per me RWF non si discute mai. E’ una sorta di religione. 
Certe cose della sua produzione sono fatalmente minori. Ma nondimeno.
Satansbraten (’76) -per dire- è considerato un divertissement intellettuale. Incastonato tra opere gigantesche come Effi Briest e Il matrimonio di Maria Braun.
Eppure.
Anche Rainer Werner gli voleva bene, ai matti.
Il titolo originale -beffardo- significa Arrostino di Satana.
E’ la cronaca di una perdizione. Walter, poeta anarchico non bello e non abbastanza dannato, perde soldi e dignità precipitando verso il fondo. E’ Il tributo di Fass ad un topos di quegli anni. Letteratura e cinema mitteleuropei pullulano di spirali mortali. E di vagabondi che vengono risucchiati. Ma il brasato satanico non è soltanto questo. Tra urla e scene grottesche l’Amore fassbinderiano trapela anche qui. Più ineffabile che altrove... Per il resto -tuttavia- il film è limitato nel tempo e nello spazio. Diverte solo chi conosce cultura e società tedesche di quegli anni. In breve: una pellicola che in Italia avrebbe comunque richiamato quattro gatti.
Torniamo a noi. E ad oggi. L’esprit du temps è: intolleranza a fiotti. Raziocinio: scarso. Emozioni: a pallettoni. Giusto?
Bene. Ora anch’io voglio la mia parte. Dicono: aspetta il momento giusto. Eccolo. Adesso però datemi la testa di quell’uomo. E’ un vecchio? Tanto peggio. Voglio colui che scrisse sulle pizze tedesche destinate a Roma e Milano

N.E.S.S.U.N.A.F.E.S.T.A.P.E.R.L.A.M.O.R.T.E.D.E.L.C.A.N.E.D.I.S.A.T.A.N.A.