8.7.10

Lost in Party

dopo quattro anni dalle due memorabili feste in campagna

thePulpit, in collaborazione con SDP, presenta

(artwork by kekko, clicca sull'immagine per ingrandire)

Lost in Party
back to theFarm

sabato 17 luglio 2010
dalle 22 all'alba
free entry


theFarm
Via Confine 501
Calisese di Cesena

per le indicazioni stradali clicca qui, per la mappa qui.

NB: possibilità di campeggio... non guidate ubriachi, portate le tende!

28.6.10

Roma val bene una pajata

Adriano coi suoi 104 (secondo la gazzetta solo 102) kili è l'ultimo di una lista -ehm- nutrita. L’elenco dei giocatori ciccioni che hanno vestito la maglia giallorossa è piuttosto lungo. Gozzoviglioni, pigri, poco motivati. Spesso forieri di storielle leggendarie.

Quando ero piccolo i laziali raccontavano del brasiliano Batista. Non passava mai la palla a Giordano e Manfredonia perché questi lo avevano messo in mezzo fottendogli mezzo miliardo a poker. Tutti e tre portarono la Lazio in B. Su sponda romanista, i giocatori ciccioni hanno prodotto di più e meglio. L'elenco dei miti metropolitani che segue non ha pretesa di completezza. Siete caldamente invitati a contribuire.


Stefano Desideri

Ho visto una foto recente di Cicciobello. Mi ha colpito. E' più magro adesso che negli anni 80, al picco della carriera. Contraltare rozzo di Giannini nel centrocampo di quegli anni, Desideri non esplose mai davvero. Molta potenza e la faccia sempre tonda. A testimonianza di un amore smodato per la pastasciutta. Passò all'inter nel '92. Lo vidi sulle figurine dimagrito infine di 10 chili. Pensai che Roma ama troppo i suoi figli. Stefano era dovuto emigrare a Milano per fare sfoggio di una silhouette decente. Non sfondò nemmeno lì però. Rimase soltanto l'anno di Orrico per poi trasferirsi a Udine, chiudendo col calcio a alti livelli. Degli anni friulani ricordiamo la sua reazione a un intervento scorretto di Bergkamp. L'olandese inseguito per il campo al grido di: 'Li mortacci tua. Il primo fallo in italia a me lo vieni a fare? Ma io ti ammazzo'


Renato

Renato Portaluppi arrivò nell'88 in una Roma allo sbando. Liedholm era tornato in panchina ma i litri di rosso delle sue tenute avevano lasciato il segno. Si ritrovò quell'anno con tre punte centrali: Renato, Voeller e Rizzitelli. Il suo commento fu 'non sapevo che Renato fosse una punta'. Forse però non era tutta colpa del barone. Cosa fosse Renato –a parte un crapulone affamato di cibo e sesso- non lo ha capito nessuno, a Roma. Dopo i primi allenamenti, Voeller sbotta:'Ci vuole un pallone per Renato e un pallone per il resto della squadra'. Malgrado numeri da foca ammaestrata e dichiarazioni piene di boria, l'unico ricordo di Renato sono i kilazzi di troppo sotto la chioma al vento. Tornò in patria dopo un anno vantandosi di aver soddisfatto almeno cento romane.



Martin Dahlin

Calciatore svedese di pelle nera e pinguedine marcata, arrivò nella peggior Roma degli ultimi 15 anni. Quella del mago Carlos Bianchi. Martin amava la vita notturna come e più del suo amico di Brolin (l'uomo con le albicocche nelle guance di scorta per l'inverno (cit.)). Capì subito l'aria che tirava con Bianchi dai primi allenamenti:

corse a piedi nudi 'per scaricare l’energia elettrostatica' (sic) e amenità simili. Non smaltì mai i chili di troppo. Da una radiocronaca di quell'anno: 'Invernizzi prova ad attaccare Dahlin ma lui è uno difficile da spostare'. Mecojoni. 3 presenze e un ritorno frettoloso a Dortmund senza nessun rimpianto.



Cesar Gomez

La storia di Gomez non ha -quasi- uguali. Zeman era appena giunto alla Roma dopo aver chiuso l'esperienza laziale. Franco Sensi gli chiese il nome di un difensore da comprare. L'anno precedente Zeman era rimasto impressionato da un giocatore del Tenerife che aveva annullato Casiraghi in coppa Uefa. Chiese all'interessato chi lo avesse marcato quella notte. Casiraghi rispose:'Uno dei due centrali. Gomez, mi pare'. Detto, fatto. Gomez arriva a Roma con tappeti rossi e un contratto quadriennale da capogiro.

Chevvelodicoaffà, il fenomeno che aveva fatto scomparire Casiraghi dal campo era l'altro dei due centrali. Gomez venne presentato a un derby in coppia con Servidei. Una partita che decretò il fine corsa per entrambi. I dirigenti della Roma decisero senza meno di disfarsi di Gomez a fine anno. Non avevano fatto i conti con l'irsuto iberico. Cesar aveva deciso di mettersi in pensione a 29 anni con i soldi della società capitolina. Rifiutò qualsiasi destinazione, forte del suo infinito quadriennale. Rimase in Italia a far nulla. Si presentava regolarmente agli allenamenti sfoggiando un'onesta panzetta. Nel frattempo aprì un autosalone. Un giorno a Trigoria si sentì chiamare da un tifoso:'Gomez, a Gomez vieni qua che te faccio l’autografo!'


Sotto Capello infine, i giocatori alzavano il gomito abbestia. Incidenti stradali, guida senza patente, amore smodato per le vivande. Il condottiero metteva la bilancia all'ingresso di Trigoria a fine vacanze. Visti i risultati, andava direttamente in conferenza stampa per riferire ai giornalisti:'Batistuta è tornato ingrassato di due chili. Cassano di tre.' Il barese replicava peraltro alla sua maniera: 'Ingrassato io? Avrò mangiato un panino di troppo'.

22.6.10

geoff farina & chris brokaw

I concerti della vita non possono essere pianificati mesi prima sui cartelloni di questo o quell'altro festival. Le aspettative sono una brutta bestia, fregano più o meno tutti, una o più volte, se la band che siete in attesa di vedere non risponde al nome di Shellac of north America.
Al contrario, i concerti che non si dimenticano sono spesso quelli che non ti aspetti. Ieri mattina ero ignaro di Farina/Brokaw al Clandestino di Faenza -attenuante: il volantinaggio aereo non è il punto di forza del locale- mentre a fine giornata qualcosa aveva dato la svolta al mio lunedì (non sto parlando della cancellazione del mio account facebook).
Nessun evento creato appositamente sul popolare social network, niente invitati confermati, eppure gente ce n'era quanto basta. e rumore di bicchieri, e odori di buon whisky scozzese.
Sul palco due sedie e due microfoni, due chitarre acustiche e due ragazzi invecchiati a regalarci buona musica da ormai vent'anni a questa parte. Le band riportate in calce ai loro nomi la raccontano lunghissima: tra le altre, ho amato i Karate alla follia sin dal primo album.
Geoff Farina & Chris Brokaw avanzano di soli e duetti ed il messaggio, apparso chiaro sin dalle radici del loro progetto, comincia a fluire lieve alle orecchie: alla fine di un percorso arriva il tempo di godere delle cose semplici, in questo caso del piacere di cantare le tradizioni americane chitarra in mano. Classiconi pre-war blues, folk e ragtime. finger-picking a go-go. Quando due così si mettono a godere delle cose semplici possono rendere la sonatina al circoletto di provincia un evento speciale.
Chris Brokaw più rotondo e suadente, Geoff Farina sempre illuminato da quel talento intrigante e magnetico di voce e mani, tanto difficile da interpretare e spiegare.
Un'oretta o poco più. Sembrava nulla e lo sembrerà, ma con così poco si è fatto uno dei migliori concerti dell'anno.

8.6.10

Cinejardin

A seguito di un mirabile impulso migratorio il consueto appuntamento con il cineforum si trasferisce nella bassa ravennate grazie alle volontà ed alle idee di alice, che vi presenta la rassegna qui di seguito!


CINEJARDIN Piccola imbastitura di cinema in giardino

Eccolo il cinema che vive a lato, eccolo disambientato. Filo conduttore è il viaggio, lo spostamento, il movimento, la disabitudine, l’incontro. Il cinema che racconta quei pezzi di terra dove l’occhio di bue non illumina. Il cinema che viene scrollato e staccato dalle sale per essere riportato ai pochi, all’attenzione, al buio di un giardino in notturna. La lingua si fa ascoltare così differente e varia come è stata inventata, e sono dunque i sottotitoli a riportarne i significati.
È una rassegna imbastita, è il tentativo di una rassegna di cinema innestato.


MERCOLEDÌ, 9 GIUGNO

KO TO TAMO PEVA

regia di Slobodan Ijan, con Pavle Vujisi, Dragan Nikoli, Bata Stojkovic

film in lingua originale sottotitolato
(Jugoslavia 1980, 86 min)

Il 5 aprile 1941, il giorno prima che scoppi la Seconda Guerra Mondiale, una camionetta che si crede un bus dai fenomenali e ridicoli conducenti porta una combriccola di variegati passeggeri fino a Belgrado. Il viaggio è quello degli incontri, della musica, delle differenti origini, dei diversi obiettivi, del cibo e del vino. All’arrivo ci sarà così la salvezza dalle bombe della Luftwaffe, la forza aerea tedesca, per chi non possiede terra, né scopi.
Un film del realismo balcanico divertente e ironico, che lascia in bocca il sapore di una canzoncina da portarsi nella doccia e un sorriso fabbricato dall’idea di speranza e possibilità.



VENERDÌ, 9 LUGLIO

LA BOCCA DEL LUPO

regia di Pietro Marcello, con Vincenzo Motta e Mary Monaco

film-documentario
(Italia 2009, 76 min)

Se Fabrizio De André avesse potuto filmare Genova, lo avrebbe fatto così.
Una storia di poesia vera, di amore vero tra due “irregolari” veri. Vincenzo si è fatto anni di carcere. Lì ha conosciuto Mary, che lo ha ricambiato amandolo. Si sono aspettati e voluti sin dal tempo del loro incontro dietro le sbarre, quando ancora si mandavano messaggi muti, registrati su cassette nascoste. Genova e la sua storia sono testimoni del loro incontro. A Genova ora condividono il loro destino furtivo con i compagni degli abissi, nel labirinto di Croce Bianca, via Pré, Sottoripa… nomi antichi di un posto non ancora moderno dove il Novecento si è incagliato come una nave senza ancora.
(premiato come miglior film al Torino Film Festival 2009)



LUNEDÌ, 9 AGOSTO

MUNYURANGABO

regia di Lee Isaac Chung, con Josef Jeff Rutagengwa e Eric Ndorunkundiye

film in lingua originale sottotitolato
(Rwanda/USA 2007, 97 min)

Girato in 11 giorni, nelle zone di campagna intorno a Kigali in Ruanda, è il primo film girato interamente in kynyarwanda, la lingua nazionale ruandese.
Un racconto semplice, un canovaccio poco costruito con non-attori conosciuti sulla strada, per presentare il dramma del genocidio, visto con gli occhi di chi è sopravvissuto, eppure con altre ferite da rimarginare: quelle della memoria, della giustizia e del desiderio di vendetta.
È una storia senza inizio e senza fine. È un viaggio, un percorso, una terra battuta da passi che mostrano la potenzialità e la difficoltà di ogni incontro. Due ragazzi amici dovranno comprendere se davvero non possono far altro che considerarsi ancora avversari Hutu e Tutsi oppure se possono iniziare a sapersi semplicemente insieme
(presentato alla sezione “Un certain régard” del Festival di Cannes 2007)



LUNEDÌ, 9 SETTEMBRE

LA PROMESSE

regia di Luc Dardenne e Jean-Pierre Dardenne, con Jérémie Renier e Olivier Gourmet

film in lingua originale sottotitolato
(Belgio 1996, 93 min)

Un figlio soddisfatto di essere ai servigi di una padre che ha inventato il mestiere di sfruttatore degli immigrati clandestini a Seraing, cittadina industriale belga. Poi una promessa. E i ricatti si rompono, per l’importanza di una parola e del pensiero che ad essa è legato. Mentre in questo tempo cerchiamo correnti alternative di comprensione umana, mentre le parole intercultura e immigrazione cominciano a soffiare tra le sillabe e ci sorprendiamo per un cinema che finalmente inizia a farci sentir parte di un mondo grande e vasto, nel 1996 i fratelli Dardenne riuscivano a descrivere una normalità acuta e bestiale in un film che racconta di persone con nomi e cognomi, carte d’identità e permessi di soggiorno, nascondigli e immensa fatica.

31.5.10

Serie A

Una gioia incontenibile. Sinceramente non credevo potesse accadere di nuovo, ed è ancora difficile rendersene conto dopo la campale giornata di ieri vissuta intensamente dalle prime ore del mattino.
Sono passati 19 anni, quintali di foto e video dell'impresa affolleranno il web, ma forse le emozioni più belle sono passate ancora per la radio. Lì il calcio non è cambiato poi tanto da quel lontano 1987.

11.5.10

the end








Vivo in Nord Europa da tre anni ormai.

L’equivalenza era nell’aria.

Ora ci ho la prova però.

Il caimano di Moretti in Germania si intitola Der Italiener.

Chi non salta Berlusconi è.

Chi salta, lo stesso.